Rifiuti marini di plastica raccolti su una spiaggia dell'atollo di Midway: tanica, spazzolini, boe e frammenti

Quanto ci mette un rifiuto a sparire: i tempi di decomposizione, oggetto per oggetto

Mesi, anni, secoli. La tabella dei tempi di degradazione dei rifiuti dell’ISPRA, la più citata in Italia, indica 3 mesi per un fazzolettino di carta. Indica 2 anni per una sigaretta con filtro. Per una bottiglia di plastica indica un tempo che va da 100 a 1.000 anni, e per il vetro 4.000 anni. Sono stime e vanno lette come tali. La NOAA, l’agenzia statunitense che si occupa di oceani, riporta numeri anche molto diversi per gli stessi oggetti finiti in mare.

Lasciare nell’ambiente oggetti che si degradano a fatica consegna il problema a chi verrà dopo. L’ISPRA scrive che anche per i materiali biodegradabili «i tempi per i quali avvengono tali processi possono essere estremamente lunghi». Per capire questi tempi bisogna però sapere da dove arrivano quei numeri.

La tabella dei tempi di degradazione, oggetto per oggetto

Qui sotto abbiamo affiancato le tabelle di due enti pubblici: quella del quaderno sui rifiuti dell’ISPRA, che indica i tempi di degradazione nell’ambiente, e quella della NOAA sui rifiuti in mare, che riprende un programma educativo di Ocean Conservancy e della stessa NOAA.

Oggetto ISPRA (ambiente) NOAA (mare)
Fazzolettino di carta 3 mesi –
Giornale 10 anni 6 settimane
Scatola di cartone – 2 mesi
Sigaretta con filtro (mozzicone) 2 anni 1-5 anni
Lattina di alluminio 10-100 anni 200 anni
Sacchetto di plastica 100-1.000 anni 1-20 anni* (10-20 in un’altra tabella NOAA)
Bottiglia di plastica 100-1.000 anni 450 anni*
Lenza da pesca – 600 anni*
Polistirolo 1.000 anni –
Carta telefonica 1.000 anni –
Vetro 4.000 anni non determinabile

* La NOAA indica quanto tempo impiegano gli oggetti di plastica a frammentarsi in microplastiche. Questi frammenti restano poi nell’ambiente a tempo indefinito.

Messe a confronto, le stime sullo stesso oggetto cambiano molto. Il confronto l’abbiamo fatto noi, sui numeri delle due agenzie: il giornale passa dalle 6 settimane della NOAA ai 10 anni dell’ISPRA. La lattina di alluminio, per dire, va dai 10-100 anni dell’ISPRA ai 200 della NOAA. Per il sacchetto di plastica la stima più bassa è di 1 anno (NOAA), la più alta di 1.000 (ISPRA). Il confronto però ha un limite chiaro: mostra solo quanto le due tabelle si allontanano, ma non dice quale sia corretta, perché nessuna riporta lo studio da cui arriva ogni valore.

Secondo la NOAA, la distanza dipende da molti fattori. Per la plastica in mare contano l’esposizione al sole, l’acqua e i microrganismi come batteri, funghi e alghe. Contano anche la temperatura, l’ossigeno e il punto in cui si trova l’oggetto. Queste variabili possono farlo rompere in fretta, o quasi mai. Mancano anche i dati: sulla plastica in mare, ammette l’agenzia, ci sono pochi studi scientifici sottoposti a revisione.

Plastica: si frammenta in pezzi sempre più piccoli

Per la plastica esiste anche un problema di termini. Quando una tabella della NOAA riporta 450 anni per una bottiglia, si riferisce al tempo necessario per ridurla in microplastiche. L’agenzia lo spiega in una nota. Gli scienziati credono che gli oggetti di plastica non scompaiano mai del tutto. I frammenti restano nell’ambiente a tempo indefinito. Sotto i 5 millimetri li chiamiamo microplastiche.

A spezzarla sono soprattutto il sole e il movimento delle onde. In superficie, dove c’è luce, ossigeno, acqua calda e onde, un pezzo di plastica si degrada più velocemente che sul fondale, al buio e al freddo. Anche gli additivi fanno la differenza: le plastiche studiate per resistere al sole o al calore durano molto più a lungo delle altre.

Gli studi indicano tempi lunghi. Una rassegna pubblicata sulla rivista scientifica Sustainability riporta che il polietilene perde meno del 2% del suo peso dopo un anno nel suolo. Campioni di LDPE, PS, PET e PVC mostrano cambiamenti minimi dopo 82 giorni in acqua di mare o nei sedimenti.

Il fenomeno interessa anche i mari italiani. Il Sistema nazionale per la protezione dell’ambiente (SNPA) rileva una densità media di 179.023 micro-particelle per chilometro quadrato. Circa 28 miliardi di particelle galleggiano intorno all’Italia.

Biodegradabile e compostabile: cosa cambia davvero

La plastica biodegradabile si è diffusa parecchio, ma la parola copre materiali diversi. Secondo l’Agenzia europea dell’ambiente (EEA), queste plastiche sono progettate per biodegradarsi solo in un ambiente specifico – acqua, suolo o compost – e solo rispettando certe condizioni e tempi. Quelle compostabili a livello industriale funzionano negli impianti di compostaggio sotto controllo, ma non sempre si degradano completamente in una compostiera domestica o in natura. Le versioni per uso domestico invece lavorano a temperature più basse, dentro una compostiera ben gestita.

La stessa EEA precisa un dettaglio importante: in condizioni diverse da quelle previste, queste plastiche possono biodegradarsi lentamente, non biodegradarsi affatto o frammentarsi in microplastiche. Per l’acqua manca ancora un criterio condiviso, perché non esiste uno standard europeo per valutare la biodegradabilità in acqua dolce o in mare.

Dove la tecnologia aiuta: il compostaggio industriale

Le bioplastiche si degradano nei tempi previsti solo all’interno degli impianti. Nella stessa rassegna di Sustainability, le bioplastiche in PLA si degradano completamente in 4-6 settimane nel compostaggio industriale. Questi impianti lavorano a temperature di 50-60 °C, mentre il compostaggio domestico raggiunge picchi inferiori a 35-40 °C. Fuori dall’impianto i tempi si allungano. In mare la stima media per la degradazione completa del PLA supera i dieci anni. Sempre in mare, le bioplastiche a base di amido si degradano appena dell’1,5% in 90 giorni.

La ricerca guarda anche agli organismi viventi. In un esperimento citato dalla rassegna, circa 100 larve della cera hanno mangiato quasi 92 milligrammi di un sacchetto di polietilene in 12 ore. È un test di laboratorio su quantità di pochi milligrammi.

Cosa possiamo fare con i rifiuti di casa

Alcuni oggetti della vecchia tabella non si trovano più sugli scaffali. La legge 27 dicembre 2017, n. 205 vieta dal 2019 la produzione e la vendita in Italia dei bastoncini per le orecchie in plastica. Come ricorda SNPA, dal 2018 supermercati e grande distribuzione devono fornire sacchetti biodegradabili nel reparto ortofrutta. In Europa, la direttiva (UE) 2019/904 chiede agli Stati di raccogliere in modo differenziato il 90% delle bottiglie di plastica entro il 2029.

Il resto dipende da una raccolta differenziata fatta bene. L’ISPRA spiega che nella carta non vanno nylon, cellophane, carta plastificata e carta carbone: rovinerebbero il recupero. Per la plastica, bisogna prima riconoscere il simbolo del riciclo sulla confezione. I mozziconi vanno nel posacenere, e chi fuma ha un motivo in più per smettere, anche per l’ambiente.

I dati vanno nella direzione giusta. Secondo il catasto dei rifiuti dell’ISPRA, in Italia la raccolta differenziata è salita dal 52,55% del 2016 al 67,69% del 2024. Sono 20,3 milioni di tonnellate su 29,9 milioni di rifiuti urbani prodotti.

Domande frequenti

Quanto ci mette la plastica a decomporsi?

Dipende dal tipo di plastica e da dove finisce. La tabella ISPRA indica da 100 a 1.000 anni per bottiglie e sacchetti, la NOAA 450 anni per una bottiglia in mare. Più che sparire, la plastica si spezza in frammenti sempre più piccoli, le microplastiche (sotto i 5 millimetri), che restano nell'ambiente a tempo indefinito.

Quanto ci mette il vetro a decomporsi?

Per l'ISPRA 4.000 anni. La NOAA, per una bottiglia di vetro in mare, indica un tempo non determinabile. In entrambi i casi il posto giusto è la raccolta differenziata del vetro, che segue le regole del tuo Comune.

Un sacchetto compostabile si degrada se finisce nell'ambiente?

Non è detto. Le plastiche compostabili sono pensate per gli impianti di compostaggio industriale: in mare, nel suolo o in una compostiera domestica possono degradarsi lentamente, non degradarsi affatto o frammentarsi in microplastiche, come spiega l'Agenzia europea dell'ambiente. Per funzionare deve arrivare all'impianto, quindi va conferito nella raccolta indicata dal tuo Comune.

Perché le tabelle dei tempi di degradazione danno numeri diversi?

Perché misurano cose diverse in condizioni diverse. L'ISPRA indica tempi nell'ambiente, la NOAA tempi in mare e, per la plastica, il tempo per frammentarsi in microplastiche. Contano sole, acqua, microrganismi, temperatura, ossigeno e posizione dell'oggetto, e gli studi affidabili sono pochi. Nel confronto tra le due tabelle, per lo stesso sacchetto le stime vanno da 1 a 1.000 anni.

Le fonti