Foresta, articolo sulla sostenibilità delle biomasse

Sostenibilità delle biomasse: foreste, prelievi e CO₂

Le biomasse sono rinnovabili: alberi e coltivazioni ricrescono. Non sono però a emissioni zero: bruciare legno produce circa 112 t di CO₂ per terajoule di energia, più del carbone (linee guida IPCC, 2006). Tre numeri decidono la sostenibilità delle biomasse: il ritmo a cui le foreste ricrescono, la quantità di legno prelevabile senza compromettere lo stock di carbonio e il tempo che serve a riassorbire la CO₂ emessa. In Italia le foreste catturano quasi il 14% delle emissioni nazionali di gas serra (ISPRA, 2025): un patrimonio che il settore energetico non può permettersi di erodere.

Rinnovabile non significa a emissioni zero

Le due espressioni misurano cose diverse. Una fonte è rinnovabile se la risorsa si rigenera in tempi umani: il sole, il vento, un bosco che ricresce. Una fonte a basse emissioni produce poca CO₂ per unità di energia. Il nucleare, ad esempio, ha basse emissioni ma non è rinnovabile perché consuma uranio, una risorsa finita. Le biomasse stanno all’estremo opposto: rinnovabili certo, ma con elevate emissioni al camino.

Per approfondire come si ottiene energia dalla materia organica, rimandiamo alla guida su che cos’è e come funziona l’energia da biomasse. Qui la domanda è un’altra: il ciclo si chiude? Il punto critico è il debito di carbonio. Quando un ciocco brucia, la sua CO₂ esce in pochi minuti; l’albero che dovrà riassorbirla, invece, impiega decenni a crescere. Durante questo intervallo, la CO₂ rimane nell’atmosfera e contribuisce al riscaldamento climatico, proprio come fa quella di origine fossile. Nel 2021, il Centro comune di ricerca della Commissione europea (JRC) ha pubblicato uno studio fondamentale su questo argomento, che rimane un punto di riferimento nel dibattito: i dati sono riportati più avanti.

Le bioenergie sono la prima fonte rinnovabile al mondo: secondo la IEA valgono circa un decimo di tutta l’energia primaria del pianeta, più di idroelettrico, eolico e solare messi insieme. È un primato che sorprende, ma va letto bene: gran parte è ancora legna e scarti bruciati in modo tradizionale nei Paesi in via di sviluppo, non impianti moderni. Proprio perché la scala è enorme, contano i conti fatti bene, come racconta anche il nostro approfondimento sul paradosso della prima rinnovabile europea.

Quanto ricrescono davvero le foreste italiane

I boschi in Italia continuano a espandersi da diversi decenni. Secondo l’Inventario nazionale delle foreste e dei serbatoi forestali di carbonio (INFC2015), redatto dai Carabinieri forestali in collaborazione con CREA, la superficie forestale raggiunge circa 11 milioni di ettari, il che corrisponde al 37% dell’intero territorio nazionale, con un incremento di quasi 600.000 ettari nell’arco di dieci anni. Ogni anno, queste foreste accumulano nuova massa legnosa: l’attuale aumento si attesta intorno ai 36 milioni di metri cubi (INFC2015).

La ricrescita comporta un assorbimento di carbonio. Secondo il National Inventory Document 2025 di ISPRA, nel 2023 il settore LULUCF (uso del suolo e foreste) ha assorbito 53,6 Mt CO₂ equivalente, il 13,9% delle emissioni italiane. Questo dato ha colto di sorpresa gli esperti del settore: nel rapporto precedente, l’assorbimento per il 2022 era stato valutato in 21,2 Mt CO₂ equivalente, corrispondente al 5,1%. Il cambiamento è attribuibile a un ricalcolo fondato su tre nuovi strumenti: la Carta forestale nazionale del 2024, il Database foreste con dati aggiornati sui prelievi e le informazioni preliminari del nuovo inventario, che hanno rivelato oltre un milione di ettari di bosco in più.

Il numero va interpretato con attenzione. Giorgio Vacchiano, ricercatore nel campo della gestione e pianificazione forestale presso l’Università degli Studi di Milano, ha spiegato a Rivista Sherwood (aprile 2025) che le stime di assorbimento portano «un margine di accuratezza del 35%»: il valore reale può oscillare di un terzo in più o in meno. Le foreste italiane crescono più di quanto vengano tagliate e il loro contributo all’assorbimento è già incluso negli obiettivi climatici nazionali, che per il settore LULUCF prevedono 35 Mt CO₂ equivalente entro il 2030.

Quanto legno si può prelevare senza intaccare lo stock

La regola di base della gestione forestale è: finché il prelievo resta sotto l’incremento, lo stock di legno e di carbonio cresce. L’Italia è molto sotto questa soglia. Secondo il documento di approfondimento del Masaf sulle filiere forestali, i prelievi medi si aggirano sui 15,4 milioni di metri cubi l’anno, circa il 43% dell’incremento (poco più di due quinti). Della quota prelevata, circa 10,8 milioni di metri cubi finiscono già oggi in energia come legna da ardere: il 70% del legno tagliato in Italia viene bruciato.

C’è quindi un margine teorico, ma con tre limiti concreti. Primo: gran parte del legno non tagliato sta in boschi ripidi, in piccole proprietà o in aree protette, dove tagliare costa troppo o è vietato. Secondo: ogni metro cubo bruciato in più riduce il carbon sink del Paese, cioè la quantità di CO₂ che i boschi tolgono ogni anno dall’aria e che l’Italia mette nel conto dei suoi obiettivi sul clima; il legno “gratis” per il clima non esiste. Terzo: il resto d’Europa ha quasi esaurito il suo margine. Ogni anno un bosco produce una certa quantità di legno nuovo, al netto di quello che muore: è l’incremento annuo netto. Secondo il rapporto State of Europe’s Forests 2025 di Forest Europe, oggi in Europa se ne taglia l‘81%, contro circa il 60% di qualche decennio fa: si preleva quasi tutto quello che ricresce, e lo spazio per tagliare di più è ormai minimo.

L’Agenzia europea dell’ambiente (EEA), nel suo rapporto del 2023 riguardante gli ecosistemi forestali, sottolinea che l’aumento della richiesta di biomassa potrebbe compromettere le foreste. Per questo invita a una correzione di rotta, con un approccio precauzionale che pesi gli scambi tra energia, riserve di carbonio e biodiversità. La risorsa è rinnovabile; il margine di prelievo no.

Quanta CO₂ produce bruciare le biomasse: il debito di carbonio

Nel camino, il legno rappresenta il combustibile con la maggiore emissione. Le linee guida IPCC del 2006 indicano chiaramente i fattori di emissione di default:

Combustibile Emissioni di CO₂ (t per TJ di energia)
Legno e scarti legnosi 112
Antracite (carbone) 98,3
Gasolio 74,1
Gas naturale 56,1

Fonte: IPCC, 2006 Guidelines for National Greenhouse Gas Inventories, vol. 2.

Il think tank energetico Ember (2024), analizzando i dati delle centrali nel Regno Unito che hanno effettuato la transizione dal carbone al pellet, giunge alla medesima conclusione: per la stessa quantità di elettricità generata il legno rilascia all’incirca il 18% di CO₂ in più rispetto al carbone, a causa della sua minore densità energetica e del contenuto maggiore di umidità.

Qual è il motivo per cui la biomassa appare “a zero emissioni” nelle statistiche energetiche? Per una convenzione contabile: la CO₂ biogenica si conteggia nel settore forestale (LULUCF) al momento del taglio e non allo scarico della centrale, per prevenire conteggi duplicati. Si tratta di una norma di partita doppia, non di una legge fisica. L’atmosfera considera la CO₂ presente nel pellet equivalente a quella del carbone; la distinzione risiede nella promessa che la foresta riassorbirà tale anidride carbonica.

Qui si introduce il concetto di debito di carbonio, ovvero il periodo che intercorre tra le emissioni immediate e il loro successivo riassorbimento. La ricerca JRC del 2021 sull’impiego della biomassa legnosa in Europa ha classificato le materie prime in base agli anni richiesti per ottenere un reale risparmio di emissioni rispetto ai combustibili fossili. Solo la ramaglia fine delle conifere, cioè i residui sottili raccolti lasciandone una parte al suolo, ripaga in 1-2 decenni con effetti neutri o positivi sulla biodiversità. La maggior parte degli altri assortimenti ha bisogno di almeno 3-5 decenni; bruciare tronchi interi tagliati apposta può non ripagare mai entro un secolo. Nel gennaio 2021, il consiglio delle accademie scientifiche europee (EASAC) ha commentato lo studio, evidenziando che i sussidi pubblici per le grandi conversioni alla biomassa stanno deteriorando il bilancio di carbonio per molti decenni, contravvenendo agli obiettivi stabiliti dall’Accordo di Parigi. Con l’avvertenza che conta per il clima: i decenni del debito sono proprio quelli decisivi per restare vicini alla soglia di 1,5 °C.

Scarti sì, alberi interi no: la regola per non barare

Il quadro onesto non condanna le biomasse, le mette in ordine. Sono programmabili, producono energia quando serve: un vantaggio che sole e vento non hanno. E una parte della materia prima ha un debito di carbonio quasi nullo: residui agricoli, scarti di segheria, potature e reflui zootecnici convertiti in biogas, oltre alla frazione organica dei rifiuti. Sfruttare questi flussi implica valorizzare risorse già esistenti, come abbiamo spiegato anche riguardo a quanto sono davvero sostenibili i biocarburanti.

Il legno vergine destinato alla combustione è il limite, soprattutto se proviene da foreste lontane e richiede trasporti lunghi. La gestione occupa una posizione intermedia: filiera corta, utilizzo in cascata (per prima cosa legno per opere e industria, l’energia è ottenuta solo al termine della vita utile del materiale), apparecchiature moderne al posto di stufe e camini obsoleti. Nel mix della transizione, le biomasse hanno lo stesso ruolo delle altre fonti in cosa sono e come funzionano le energie rinnovabili: utili se si considerano i dati su foreste e CO₂, non solo l’etichetta “rinnovabile”.

Domande frequenti

Le biomasse sono una fonte rinnovabile?

Sì, a condizione che il prelievo resti sotto la ricrescita. Alberi e colture si rigenerano su tempi umani, quindi la risorsa è rinnovabile per definizione, a differenza di carbone, petrolio, gas e uranio. Rinnovabile però non significa a emissioni zero: la combustione libera subito CO₂, circa 112 t per TJ secondo i fattori IPCC, e il riassorbimento da parte della foresta richiede decenni. La sostenibilità reale dipende da cosa si brucia e da quanto si preleva.

Che cos'è il debito di carbonio delle biomasse?

È il tempo che passa tra l'emissione immediata di CO₂ alla combustione e il suo riassorbimento da parte della vegetazione che ricresce. Secondo lo studio JRC del 2021, solo i residui fini forestali ripagano il debito in 1-2 decenni; molti assortimenti richiedono 3-5 decenni e i tronchi interi tagliati per fare energia possono non ripagare mai entro un secolo. In quei decenni la CO₂ resta in atmosfera e contribuisce al riscaldamento come quella fossile.

Bruciare legna emette più CO₂ del carbone?

Sì, a parità di energia prodotta. I fattori di emissione IPCC assegnano al legno circa 112 t CO₂ per TJ contro le 98,3 dell'antracite e le 56,1 del gas naturale. L'analisi di Ember (2024) sulle centrali britanniche a pellet stima circa il 18% di CO₂ in più rispetto al carbone per ogni kWh elettrico. Nelle statistiche la biomassa risulta a zero emissioni solo perché la CO₂ biogenica si conteggia nel settore forestale, non in quello energetico.

Quanta CO₂ assorbono le foreste italiane?

Secondo il National Inventory Document 2025 di ISPRA, nel 2023 il settore LULUCF, dominato dalle foreste, ha assorbito 53,6 Mt CO₂ equivalente, pari al 13,9% delle emissioni nazionali di gas serra. La stima è più che raddoppiata rispetto al rapporto precedente grazie a un ricalcolo con la Carta forestale 2024 e i nuovi dati sui prelievi. Il ricercatore Giorgio Vacchiano invita alla prudenza: l'incertezza dichiarata è di circa il 35%.

Quali biomasse sono le più sostenibili?

Quelle che non richiedono di tagliare alberi: residui agricoli e forestali, scarti di segheria, potature, reflui zootecnici e frazione organica dei rifiuti avviati a biogas e biometano. Questi flussi hanno un debito di carbonio breve o quasi nullo perché la materia si sarebbe comunque decomposta. All'estremo opposto stanno il legno vergine tagliato per essere bruciato e il pellet importato su lunghe distanze, che sommano debito di carbonio pluridecennale e trasporti.

Le fonti

  • Inventario nazionale delle foreste e dei serbatoi forestali di carbonio, INFC, 2015 — link allo studio
  • Italian Greenhouse Gas Inventory 1990-2023, National Inventory Document 2025, ISPRA — link allo studio
  • Le foreste e le filiere forestali, documento di approfondimento, Masaf — link allo studio
  • The use of woody biomass for energy production in the EU (2021), JRC — link allo studio
  • 2006 Guidelines for National Greenhouse Gas Inventories, vol. 2, Stationary Combustion, IPCC — link allo studio
  • ISPRA: le foreste italiane assorbono quasi il 14% delle emissioni climalteranti (14 aprile 2025), Rivista Sherwood — link allo studio