Bioenergie e biomasse, il paradosso della prima rinnovabile europea
Le bioenergie occupano un posto strano nell’immaginario collettivo. Non hanno l’estetica pulita dei pannelli fotovoltaici né la potenza scenografica delle pale eoliche, eppure restano la principale fonte rinnovabile dell’Unione europea. Bioenergy provides almost 60% of the EU’s renewable energy share, more than solar and wind energy combined.
Eppure, mentre biogas e biometano vivono una stagione di espansione senza precedenti, il settore del pellet legnoso finisce sempre più spesso sul banco degli imputati. Un doppio binario che rende il tema delle biomasse uno dei più controversi della transizione energetica.
Il peso reale delle biomasse nel mix rinnovabile europeo
Parlare di bioenergie significa maneggiare una categoria vastissima: residui agricoli, scarti forestali, deiezioni animali, oli esausti, colture dedicate. Tutto ciò che, di origine biologica, può essere trasformato in calore, elettricità o carburante.
Secondo la Commissione europea, biomass for energy continues to be the main source of renewable energy in the EU and accounted for about 59% of the renewable energy consumption in 2021, con il settore del riscaldamento come principale sbocco finale. La stessa Commissione ricorda che the heating and cooling sector is the largest end-user, using about 75% of all bioenergy.
Un dato che spiega perché Paesi come Germania, Francia, Svezia e Italia figurino tra i maggiori consumatori assoluti, mentre Austria e Paesi baltici primeggiano per consumo pro capite. La biomassa, insomma, è ovunque, anche se raramente al centro del dibattito pubblico.
Biogas e biometano, il vero motore di crescita
Se c’è un segmento che sta vivendo un’accelerazione visibile, è quello dei gas rinnovabili. L’IEA ha pubblicato il nuovo rapporto Renewables 2025 il 7 ottobre 2025, evidenziando come biogas e biometano stiano diventando parte integrante della storia di successo delle rinnovabili, emergendo come combustibili strategici per decarbonizzare settori difficili da elettrificare, come l’industria pesante, il trasporto a lunga distanza e il riscaldamento.
I numeri raccontano una traiettoria netta. La crescita combinata prevista di biogas e biometano tra il 2025 e il 2030 è stimata al 34%, mentre dal 2020 sono state introdotte più di 50 nuove politiche a livello globale, spinte da preoccupazioni per la sicurezza energetica dopo l’invasione russa dell’Ucraina e dalla necessità di ridurre le emissioni di metano.
La geografia dell’espansione è più ampia di quanto si pensi. La Germania resta il più grande mercato mondiale di biogas e biometano, con una produzione combinata di 329 PJ nel 2024, sostanzialmente stabile dal 2017; a crescere rapidamente sono invece Francia, Italia e Danimarca, mentre Irlanda, Spagna e Polonia stanno lentamente ampliando la propria produzione. In Italia il tema è al centro anche della prima piattaforma nazionale sul biometano, che stima un potenziale di 8,5 miliardi di metri cubi entro il 2030.
Il caso danese resta il più interessante d’Europa. La Danimarca guida l’integrazione del biometano nella propria rete gas, con 0,7 miliardi di metri cubi equivalenti che rappresentano oltre il 35% della domanda totale di gas nel 2023: un traguardo che ridefinisce l’idea stessa di cosa un Paese possa fare con i propri scarti organici.
Il potenziale globale è enorme, ma solo il 4% è sfruttato
L’IEA ha provato per la prima volta a mappare geograficamente la disponibilità sostenibile di materia prima organica. Il risultato spiazza. Il potenziale sostenibile attuale per i biogas è di quasi 1.000 miliardi di metri cubi equivalenti, pari a un quarto della domanda globale di gas naturale, e per il 2050 potrebbe salire a 1.400 miliardi di metri cubi con costi medi in calo del 20%.
Eppure oggi solo il 4% del potenziale complessivo dei materiali di partenza è effettivamente utilizzato. Un enorme spreco di residui agricoli, deiezioni zootecniche e rifiuti urbani che finiscono in discarica o si decompongono liberando metano in atmosfera, quando potrebbero diventare gas rinnovabile.
L‘80% del potenziale sostenibile si trova nei Paesi emergenti, non nel Nord globale. L’India, ad esempio, dovrebbe aumentare la produzione di biogas e CBG del 21% entro il 2030, e sia India che Brasile hanno adottato mandati di miscelazione ambiziosi.
Il lato oscuro del pellet: cosa succede a Drax
Se biogas e biometano rappresentano il lato virtuoso della bioeconomia energetica, il pellet di legno resta un capitolo aperto e sempre più scomodo. La società britannica Drax, principale operatore mondiale di centrali a biomassa legnosa, è oggi al centro di indagini che hanno cambiato la percezione internazionale della filiera.
Una recente inchiesta di Stand.earth, pubblicata a novembre 2025, ha ricostruito con precisione le pratiche di approvvigionamento in Canada. Gli impianti Drax di Houston, Burns Lake e Meadowbank in British Columbia hanno ricevuto almeno 3.039 camion di tronchi interi acquistati da foreste contenenti alberi antichi. Un dato che smentisce la narrazione ufficiale della società, che dichiara di utilizzare solo scarti di segheria e residui forestali.
Le conseguenze regolatorie non si sono fatte attendere. Nel 2024 Drax ha pagato una multa di 25 milioni di sterline per non aver adeguatamente comunicato i dati completi sui propri approvvigionamenti in Canada, e nello stesso anno il National Audit Office britannico ha dichiarato la propria mancanza di fiducia nella capacità del governo di dimostrare che la catena di fornitura di biomassa sia sostenibile.
Il nodo scientifico, però, è ancora più profondo. La combustione di biomassa forestale, principalmente sotto forma di pellet di legno, viene spesso presentata come alternativa sostenibile al carbone, ma emette quanto o più CO2 del carbone a parità di energia generata. Ecco perché la questione del “debito di carbonio” è oggi centrale nel dibattito scientifico.
Il problema del debito di carbonio e della contabilità UNFCCC
Una delle critiche più incisive arriva dagli ambienti scientifici. Bruciare un albero libera immediatamente CO2, ma riassorbirla richiede decenni di ricrescita. Nel frattempo, l’atmosfera fa i conti con un surplus temporaneo che gli scienziati chiamano “debito di carbonio”.
Un’analisi pubblicata da Mongabay riassume la posizione critica: le proiezioni dell’IEA per raggiungere il net zero globale entro il 2050 non contano le emissioni di CO2 prodotte al camino dai pellet di legno, un errore di contabilità del carbonio sancito dalla Convenzione ONU sui cambiamenti climatici e adottato dalle politiche europee e asiatiche.
È una convenzione contabile, non un dato fisico. Le emissioni escono comunque dai camini; semplicemente vengono conteggiate nel settore “uso del suolo” del Paese produttore del legno, non nel settore energetico del Paese che lo brucia. Un passaggio di consegne che rende la biomassa “a emissioni zero” solo sulla carta.
Secondo l’European Academies Science Advisory Council, come riportato dall’Institute of Economic Affairs, l’uso di pellet di legno per generare elettricità non è efficace nel mitigare i cambiamenti climatici e potrebbe persino aumentare il rischio di cambiamenti climatici pericolosi.
Aviazione: la nuova frontiera dei biocarburanti in affanno
Un capitolo a parte merita il settore aereo. Da gennaio 2025 il regolamento ReFuelEU Aviation impone quote crescenti di carburanti sostenibili (SAF), gran parte dei quali sono biocarburanti di seconda generazione. La domanda è esplosa, l’offerta molto meno.
La IATA, associazione delle compagnie aeree, ha stimato che nel 2025 la produzione globale di SAF raggiungerà 1,9 milioni di tonnellate, il doppio del milione prodotto nel 2024, ma nel 2026 la crescita rallenterà a 2,4 Mt, arrivando a rappresentare solo lo 0,8% del consumo totale di jet fuel.
Il prezzo resta il vero collo di bottiglia. In Europa ReFuelEU Aviation ha fatto lievitare i costi in un contesto di capacità limitata e catene di fornitura oligopolistiche, tanto che le compagnie aeree pagano fino a cinque volte il prezzo del jet fuel convenzionale.
È il paradosso di ogni bioenergia: quando funziona sui rifiuti locali, riduce emissioni e costi di smaltimento. Quando diventa commodity globale trasportata via nave, la matematica ambientale si complica in fretta.
Cascading principle e biomassa: la scommessa europea che verrà
Bruxelles ha capito il problema. La revisione della Direttiva Rinnovabili in vigore da novembre 2023 introduce criteri di sostenibilità rafforzati, con aree escluse per la biomassa forestale che proteggono foreste primarie e vetuste, torbiere e zone umide. La direttiva rivista estende le aree “no-go” per la biomassa forestale a foreste primarie e antiche, così come a zone umide e torbiere; richiede di evitare l’uso di radici e ceppi e di minimizzare i grandi tagli rasi; introduce inoltre l’obbligo per gli Stati membri di progettare i propri regimi di sostegno secondo il principio dell’uso a cascata, in base al quale la biomassa legnosa deve essere destinata all’utilizzo con il maggior valore aggiunto economico e ambientale.
Il principio della cascata è quello che potrebbe cambiare tutto: prima si usa il legno per costruire case e mobili, poi per la carta, poi per riciclarlo, e solo alla fine, come ultima opzione, si brucia. È l’opposto di quanto accade oggi in molti impianti industriali, come dimostrano anche esperimenti pionieristici quali il primo impianto geotermico a biomassa di Cecina.
Cosa possiamo aspettarci dai prossimi cinque anni
La direzione di marcia sembra chiara: premiare biogas, biometano e biocarburanti da rifiuti reali, disincentivare la combustione di biomassa legnosa vergine. Ma la strada è tutt’altro che lineare, e la lobby del settore continua a spingere in senso opposto.
A livello globale, il gap tra promessa e realtà si allarga. Da un lato l’IEA vede nei gas rinnovabili una risorsa cruciale per la sicurezza energetica; dall’altro la scienza ricorda che non ogni molecola di carbonio biogenico è climaticamente neutra. Per il cittadino europeo, il messaggio pratico è semplice: diffidare delle etichette “verdi” indistinte e chiedere sempre di sapere da dove arriva quella biomassa, e dopo quanto tempo tornerà a essere assorbita da un bosco vero.
Domande frequenti
Perché il biometano è considerato più sostenibile del pellet di legno?
Il biometano nasce dalla digestione anaerobica di rifiuti organici, deiezioni animali e residui agricoli che altrimenti emetterebbero metano in atmosfera decomponendosi. Trasforma un problema di smaltimento in un vettore energetico, senza richiedere il taglio di alberi. Il pellet di legno, invece, quando proviene da foreste vergini o mature libera CO2 immediatamente al camino e richiede decenni perché la ricrescita degli alberi riassorba quella stessa quantità di carbonio. Come ha certificato l'IEA nel 2025, i gas rinnovabili possono decarbonizzare settori difficili come industria pesante e trasporti a lunga distanza sfruttando scarti già disponibili.
Cos'è il principio dell'uso a cascata della biomassa?
È il criterio introdotto dalla revisione della Direttiva Rinnovabili europea entrata in vigore a novembre 2023. Stabilisce che la biomassa legnosa debba essere destinata prima agli usi a maggior valore aggiunto: costruzioni, mobili, prodotti di lunga durata. Solo dopo può essere usata per carta e imballaggi, poi riciclata, e infine, come ultima opzione, bruciata per produrre energia. L'obiettivo è massimizzare lo stoccaggio di carbonio nel legno lavorato ed evitare che alberi maturi vengano abbattuti direttamente per generare elettricità o calore, che è la pratica oggi più contestata.
Perché il caso Drax è così importante per il dibattito europeo?
Drax è il maggiore operatore mondiale di centrali a biomassa legnosa e riceve miliardi di sussidi pubblici britannici come energia rinnovabile. Le inchieste di BBC Panorama, Stand.earth e la multa di 25 milioni di sterline pagata nel 2024 dimostrano che parte del pellet bruciato proviene da foreste vetuste della British Columbia, non solo da scarti come dichiarato. Il caso mette in discussione l'intero impianto regolatorio che considera la biomassa "carbon neutral" e apre un precedente politico per rivedere sussidi analoghi anche in altri Paesi europei.
L'Italia può replicare il modello danese sul biometano?
In teoria sì, ma servono investimenti infrastrutturali importanti. La Danimarca copre oltre il 35% della domanda nazionale di gas con biometano perché ha investito precocemente su digestione anaerobica, upgrading e immissione in rete. L'Italia è tra i mercati europei in crescita più rapida secondo l'IEA, con un potenziale agricolo enorme grazie all'ampia base zootecnica e all'agricoltura intensiva della Pianura Padana. Restano ostacoli sulla semplificazione autorizzativa, sulla stabilità degli incentivi e sulla creazione di un mercato europeo unificato dei certificati di origine, che l'Union Database europea dovrebbe rendere operativo dal 2025.
Le fonti
- Biogases – Renewables 2025, IEA — link allo studio
- IEA Report Highlights Rapid Growth in the Global Biogas Industry, World Biogas Association — link allo studio
- Outlook for Biogas and Biomethane – Key findings, IEA — link allo studio
- Biogas and biomethane outlook to 2050, IEA — link allo studio
- World Energy Outlook Special Report: Outlook for Biogas and Biomethane, IEA — link allo studio
- Policy briefing: Addressing EU bioenergy policy and investment risks, PRI - Principles for Responsible Investment — link allo studio
- Biomass - Energy, European Commission — link allo studio
- Brief on biomass for energy in the European Union, JRC – European Commission — link allo studio
- Truckloads of trees: Drax sourced wood pellets from old growth forests, Stand.earth — link allo studio
- Truckloads of Trees – Forest Eye investigation, Stand.earth — link allo studio
- Forest biomass growth to soar through 2030, impacting tropical forests, Mongabay — link allo studio
- Trees for burning: the biomass controversy, Institute of Economic Affairs — link allo studio
- The use of biomass for energy in the EU, RES Foundation — link allo studio
- SAF Production Growth Rate is Slowing Down, IATA — link allo studio




