Crediti di carbonio: cosa sono e quanto valgono davvero
Dal 27 settembre 2026 le aziende che vendono in Italia non possono più dichiarare che un prodotto è “a impatto zero” sul clima soltanto perché hanno acquistato crediti di carbonio. Lo prevede il decreto legislativo 30 del 20 febbraio 2026, che recepisce la direttiva europea contro il greenwashing. Chi non rispetta la norma rischia multe dall’Autorità garante della concorrenza fino a 5 milioni di euro. La ragione è nei dati: la più ampia revisione sui crediti mostra che meno di uno su sei riflette un taglio reale delle emissioni.
Un credito di carbonio è un certificato pari a una tonnellata di CO₂ che un progetto ha rimosso dall’atmosfera o evitato di emettere. Il calcolo vale anche per gli altri gas serra convertiti in CO₂ equivalente. Lo genera chi pianta alberi, protegge una foresta dal taglio, cattura il metano di una discarica o distribuisce fornelli efficienti in Africa. Lo compra chi vuole “pareggiare” le proprie emissioni o chi ha l’obbligo di legge di coprirle.
Una tonnellata, due prezzi
In Europa i crediti esistono in due mondi diversi che hanno in comune solo il nome.
Il primo è obbligatorio. Il sistema europeo di scambio delle quote di emissione (ETS, Emissions Trading System) richiede che centrali elettriche, acciaierie, cementifici e compagnie aeree consegnino un permesso per ogni tonnellata emessa. Il prezzo lo stabilisce il mercato, e la Commissione europea pubblica ogni tre mesi la media d’asta: nel terzo trimestre 2026 è stata di 82,32 euro a tonnellata, rispetto ai circa 75 dei primi due trimestri. Lo stesso valore si usa per calcolare quanto pagano gli importatori di acciaio, cemento e fertilizzanti per le merci arrivate dal 2026 con il CBAM, la tassa europea sul carbonio alle frontiere.
Il secondo è volontario ed è quello citato nelle pubblicità. Senza alcun obbligo, aziende e privati comprano crediti legati a progetti internazionali, certificati da enti privati come Verra o Gold Standard. Questo mercato è piccolo e in difficoltà. Nel 2024 ha mosso circa 535 milioni di dollari, perdendo il 29% rispetto all’anno precedente. I volumi scambiati sono scesi al minimo dal 2018, secondo Ecosystem Marketplace, l’osservatorio della ong Forest Trends. Le imprese però continuano a usarli. I crediti “ritirati”, cioè spesi per compensare, si mantengono intorno ai 182 milioni di tonnellate. «La domanda degli utilizzatori finali resta stabile», ha spiegato Charlotte Barber, vicedirettrice dell’osservatorio.
Dentro il mercato volontario i prezzi variano moltissimo. I crediti da rimozione costano quasi cinque volte di più di quelli da riduzione: nel 2024 il premio medio era del 381%. La differenza ha una logica. Togliere CO₂ dall’aria, con un bosco nuovo o con le macchine che la risucchiano, è più difficile da fare e più facile da misurare che promettere di non tagliare una foresta.
Meno di un credito su sei: il conto che non torna
Nel novembre 2024 Benedict Probst e il suo gruppo del Max Planck Institute for Innovation and Competition hanno pubblicato su Nature Communications una revisione sistematica dei progetti di compensazione. Hanno analizzato 14 studi su 2.346 progetti, che rappresentano quasi un miliardo di tonnellate di crediti, circa un quinto di tutti quelli emessi fino a quel momento. Dallo studio emerge che meno del 16% dei crediti rifletteva emissioni effettivamente evitate.
Il dato medio nasconde differenze enormi tra un tipo di progetto e l’altro:
- fornelli efficienti: riduzioni reali pari all’11% dei crediti emessi;
- deforestazione evitata: 25%;
- distruzione del gas SF₆: 16%;
- distruzione del gas HFC-23: 68%, il risultato migliore;
- parchi eolici: nessun beneficio aggiuntivo, perché sarebbero stati costruiti comunque, anche senza vendere crediti.
Il problema si chiama addizionalità. Un credito vale solo se quella tonnellata di CO₂ non sarebbe stata evitata comunque. Se una foresta non correva rischi, proteggerla non cambia nulla per l’atmosfera. Se un parco eolico era già redditizio, il credito finanzia un intervento che sarebbe avvenuto lo stesso. Negli impianti chimici gli autori hanno scoperto addirittura l’effetto contrario: dove distruggere gas serra generava crediti, la produzione di quei gas di scarto è aumentata.
«C’è bisogno urgente di regole migliori per emettere i crediti di carbonio», ha dichiarato Probst. Il coautore Lambert Schneider, dell’Öko-Institut di Berlino, critica i certificatori: «Le regole dei programmi di crediti spesso lasciano troppa libertà a chi sviluppa i progetti». Non bisogna però interpretare il dato all’opposto. Lo studio non afferma che tutti i crediti sono falsi; rileva che, considerati tutti insieme, il loro valore è inferiore a quanto promesso e che alcune categorie mostrano risultati migliori di altre.
Perché la legge ha chiuso la porta alla neutralità comprata
Il decreto italiano del 2026 non vieta i crediti. Impedisce però di usarli per attribuire ai prodotti un impatto climatico neutro, ridotto o positivo. Promuovere una bottiglia “carbon neutral” perché si finanzia un bosco in Perù non sarà più permesso. Un’azienda potrà invece dichiarare di aver ridotto le emissioni del 30% e finanziare a parte un progetto di riforestazione. Chi si occupa di questi mercati la chiama “dichiarazione di contributo” al posto della vecchia compensazione.
La politica europea, intanto, va in una direzione solo in apparenza opposta. Il 10 febbraio 2026 il Parlamento europeo ha approvato con 413 voti a favore il nuovo obiettivo climatico: tagliare le emissioni nette del 90% entro il 2040 rispetto al 1990. Fino a 5 punti di quel 90% potranno arrivare dal 2036 grazie a crediti internazionali “di alta qualità” comprati da Paesi partner, come previsto dall’articolo 6 dell’Accordo di Parigi. Serve ancora l’approvazione definitiva degli Stati membri. Si tratta di uno scambio di crediti tra governi, controllato dall’ONU, che non riguarda le etichette dei prodotti.
Il nuovo meccanismo dell’ONU rende chiaro quanto sia limitato il margine di manovra. A febbraio 2026 sono stati approvati i primi crediti, come riporta il sito specializzato Carbon Pulse: provengono da un progetto di fornelli efficienti in Myanmar. Questa categoria, secondo uno studio di Nature Communications, ha mantenuto in media l’11% delle promesse.
In Italia esiste anche un mercato volontario “di casa”. Il registro pubblico dei crediti di carbonio agroforestali, gestito dal CREA (il Consiglio per la ricerca in agricoltura), ha ricevuto nel 2025 le linee guida del ministero dell’Agricoltura: progetti di gestione dei boschi che vadano oltre gli obblighi di legge, durata di almeno 20 anni, certificazione di un ente terzo, crediti vendibili solo dopo cinque anni. Sono regole più strette di molte usate nel mercato internazionale; quanti crediti produrrà davvero, lo diranno i primi anni. Chi coltiva può guardare anche al sequestro del carbonio in agricoltura, la parte che il registro deve ancora regolare.
Dove la tecnologia aiuta: contare gli alberi dall’alto
Gran parte dei crediti sbagliati nasce da un problema di misura: quanta CO₂ c’è davvero in un bosco e quanta ce ne sarebbe stata senza il progetto. Ora satelliti e intelligenza artificiale stanno cambiando il modo di verificare queste cifre.
Aziende come Pachama, in collaborazione con Planet, monitorano i progetti forestali con foto quasi giornaliere, dati LiDAR e modelli di IA per stimare il carbonio stoccato e rilevare tagli o incendi. I satelliti europei Sentinel-2 forniscono immagini con una risoluzione di 10 metri, mentre quelle commerciali raggiungono i 3-5 metri.
Anche l’IA commette errori, a volte gravi. Un gruppo di ricercatori della Technische Universität di Monaco e del Politecnico di Zurigo (ETH) ha analizzato un progetto di riforestazione tropicale. Hanno confrontato le stime ricavate da immagini satellitari, foto aeree con reti neurali e misure a terra. Le stime da satellite potevano sovrastimare la biomassa di oltre dieci volte (Reiersen e colleghi, 2021). Le foto aeree funzionavano meglio, ma costano molto di più. Nuvole equatoriali, alberi nascosti sotto la chioma e modelli poco trasparenti ostacolano le misurazioni. La tecnologia serve a verificare i crediti solo se controllata a sua volta con campioni misurati sul terreno.
Cosa chiedere prima di fidarti di un credito
Se un’azienda ti dice che il suo prodotto “compensa” le emissioni, bastano tre domande per capire tutto. Che progetto c’è dietro: una rimozione, quindi alberi piantati o CO₂ catturata e stoccata, oppure solo una riduzione promessa, come una foresta “salvata”? Chi lo certifica e il registro è pubblico? Soprattutto, quanta CO₂ ha tagliato l’azienda per conto suo prima di acquistare i crediti?
L’ultima domanda riguarda la legge. Dal 27 settembre 2026 non sarà più possibile cancellare le emissioni non ridotte solo con un’indicazione in etichetta. Per gli obiettivi climatici europei, il prossimo utilizzo dei crediti internazionali è previsto nel 2036. Le regole che definiranno cosa significherà “alta qualità” non sono ancora state stabilite. Chi cerca già ora un esempio può guardare il percorso verso lo zero netto dei Paesi che ci sono arrivati, che mette in evidenza la differenza tra ridurre e compensare.
Domande frequenti
Cosa sono i crediti di carbonio?
Un credito di carbonio è un certificato che corrisponde a una tonnellata di CO₂ equivalente evitata o tolta dall'atmosfera da un progetto: un bosco piantato o protetto, fornelli più efficienti, la cattura del metano di una discarica. Chi lo compra può usarlo per coprire una parte delle proprie emissioni. Esistono crediti obbligatori, come le quote del sistema europeo ETS, e crediti volontari certificati da enti privati.
Quanto costa un credito di carbonio?
Dipende dal mercato. Nel sistema europeo obbligatorio ETS una tonnellata è costata in media 82,32 euro nel terzo trimestre 2026, secondo la Commissione europea. Nel mercato volontario i prezzi sono molto più bassi e variabili: nel 2024, secondo Ecosystem Marketplace, i crediti da rimozione di CO₂ costavano in media il 381% in più di quelli da riduzione delle emissioni.
Si può ancora scrivere "carbon neutral" su un prodotto?
In Italia e nell'Unione europea non più, se la neutralità si basa sulla compensazione. Dal 27 settembre 2026 il decreto legislativo 30/2026, che recepisce la direttiva europea 2024/825, vieta di presentare un prodotto come neutro o positivo per il clima solo grazie ai crediti di carbonio. Le aziende possono ancora finanziare progetti e dirlo, tenendolo separato dalle proprie riduzioni.
Come si capisce se un credito di carbonio è serio?
Conta il tipo di progetto: secondo lo studio di Probst e colleghi su *Nature Communications* (2024) i crediti da fornelli efficienti hanno prodotto in media l'11% delle riduzioni promesse, quelli dalla distruzione del gas HFC-23 il 68%. Servono addizionalità (la riduzione non sarebbe avvenuta comunque), durata nel tempo, un certificatore indipendente e un registro pubblico che eviti di vendere due volte la stessa tonnellata.
Le fonti
- Price of CBAM certificates, Commissione europea, 2026 — link allo studio
- Systematic assessment of the achieved emission reductions of carbon crediting projects, Nature Communications, Probst et al., 2024 — link allo studio
- EU climate law: a 2040 emissions reduction target of 90%, Parlamento europeo, 2040 — link allo studio
- L'Italia recepisce la nuova direttiva europea anti-greenwashing, QualEnergia, 2026 — link allo studio
- Benchmark report finds the voluntary carbon market in transition, Forest Trends, 2024 — link allo studio
- Tackling the overestimation of forest carbon with deep learning and aerial imagery, Climate Change AI, Reiersen et al., 2021 — link allo studio




