L’ondata di maltempo che ha colpito nei giorni scorsi il Piemonte, la Liguria e la Sicilia sembra passata. Adesso è il tempo di spalare il fango, di calcolare i danni, di fare bilanci e soprattutto di tornare a riflettere sul rischio idrogeologico. Quali sono le cause dei fenomeni calamitosi che colpiscono il nostro territorio? Quali le aree a maggiore rischio? E cosa si sta facendo in termini di misure di mitigazione e prevenzione?

Le colpe dell’uomo

L’Italia è un territorio fragile e particolarmente esposto al pericolo di frane e alluvioni. La principale causa risiede nella natura geologicamente giovane del nostro paese, caratterizzato da versanti acclivi, forti dislivelli e corsi d’acqua con un regime per lo più torrentizio e particolarmente soggetto a fenomeni di magra e di piena. Alla propensione naturale del territorio si è aggiunta poi l’azione dell’uomo. Dopo l’abbandono delle aree montane e la conseguente mancanza di manutenzione dei versanti si è verificata una cementificazione diffusa e una impermeabilizzazione del territorio, che ha incrementato e continua a incrementare l’entità del deflusso superficiale a discapito dei processi di infiltrazione. L’intensa urbanizzazione, sviluppatasi senza tenere in considerazione le aree fragili dal punto di vista idrogeologico e sismico, ha determinato un incremento delle condizioni complessive di rischio. Come se non bastasse negli ultimi anni i cambiamenti climatici stanno provocando un aumento dell’intensità e frequenza delle precipitazioni, ampliando le aree soggette ad alluvioni e frane e la gravità dei fenomeni.

I dati del dissesto idrogeologico

In base ai dati del 2015 diffusi dall’Ispra (Istituto Superiore per la Protezione e la Ricerca Ambientale) sono 7 milioni gli italiani che vivono in aree a rischio idrogeologico. Si tratta del 12% della popolazione totale, che risiede nell’88% dei Comuni, esposti al pericolo di frane e alluvioni.
 Di questi 7 milioni ‘a rischio’,  circa 1 milione vive in aree a pericolosità da frana elevata e molto elevata (P3 e P4) e 6 milioni in zone alluvionabili classificate a pericolosità idraulica media P2.

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I comuni a rischio frane e alluvioni sono in totale 7145, cioè l’88,3%, di cui 1.640 hanno nel loro territorio aree ad elevata propensione a fenomeni franosi e 1.607 aree a pericolosità idraulica, mentre in 3.898 comuni coesistono entrambi i fenomeni.

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Le regioni più fragili sono Valle D’Aosta, Liguria, Emilia Romagna, Toscana, Marche, Molise e Basilicata, dove il 100% dei comuni è a rischio idrogeologico. Calabria, Provincia di Trento, Abruzzo, Piemonte, Sicilia, Campania e Puglia hanno invece più del 90% dei comuni a rischio.

Cosa bisognerebbe fare…

All’indomani dei disastri è consuetudine tornare a ribadire le azioni che sarebbero necessarie per arginare o eliminare del tutto il rischio in futuro. Le misure prioritarie, secondo l’Enea, in parte condivise anche da Legambiente, riguardano: lo sviluppo di sistemi di monitoraggio dei dati meteoclimatici; il sostegno economico a studi sulla pericolosità e sul rischio condotti dalle Autorità di Bacino (ora di Distretto) e contenuti nei Piani di Assetto Idrogeologico (PAI); il miglioramento del recepimento delle indicazioni di rischio contenute nei Piani di Assetto Idrogeologico (PAI) da parte degli strumenti di pianificazione territoriale; lo sviluppo strumenti di monitoraggio dei costi della difesa del suolo in termini di inazione, di gestione delle emergenze e di gestione sostenibile (manutenzione, messa in sicurezza, monitoraggio), oltre a un’opera di sensibilizzazione, di riconversione delle aree montane e a una delocalizzazione degli insediamenti maggior rischio.

…e cosa si sta facendo

Negli ultimi anni, in realtà, si sta superando quell’immobilismo sul fronte della gestione del rischio che ha per decenni caratterizzato il nostro paese. Gli strumenti ci sono, le possibilità tecniche ed economiche per attuarli anche, quindi si spera che si possa nel breve mettere in atto un piano organico e concreto. Quello presentato con il Rapporto Manutenzione Italia 2016 – Azioni per l’Italia sicura dell’Associazione nazionale dei Consorzi per la Gestione e la Tutela del Territorio e  Acque Irrigue (Anbi) realizzato con #italiasicura, prevede 3.581 interventi per la riduzione dei rischi da dissesto idrogeologico per oltre 8 miliardi di euro. Rispetto a tutti i piani proposti da Anbi negli anni precedenti, quello del 2015, riaggiornato in vista della Legge di Stabilità, sembra molto più concreto, a partire dal fatto che vengono proposti solo interventi immediatamente cantierabili e mirati a risolvere criticità ben individuate.

Si tratta perlopiù di manutenzioni straordinarie delle opere di bonifica, di sistemazioni idrauliche, di ripristino di fenomeni di dissesto nei territori, in cui operano i consorzi. E riguardano: lavori di adeguamento e ristrutturazione di corsi d’acqua;  lavori di manutenzione straordinaria di adeguamento della rete di bonifica, delle quote arginali e delle idrovore e di realizzazione di canali scolmatori; interventi di manutenzione sul reticolo idraulico a difesa dei centri abitati; realizzazione di opere per la laminazione delle piene e, infine, lavori di stabilizzazione delle pendici collinari e montane.  A questi interventi straordinari deve conseguire una manutenzione ordinaria svolta dai consorzi.

Il Piano si affianca poi a una serie di misure che stanno prendendo piede. Dopo l’istituzione, a giugno 2014, della Struttura di missione contro il dissesto idrogeologico e per lo sviluppo delle infrastrutture idriche presso la presidenza del Consiglio dei ministri, si è arrivati al Piano ‘Casa Italia’, che comprende un pacchetto di interventi con orizzonte pluriennale (10-20 anni) per l’adeguamento sismico del patrimonio edilizio, per la riqualificazione del costruito e per la riduzione del rischio idrogeologico. Altro passo importante è stato compiuto con l’approvazione del ‘Collegato ambientale’ (legge n. 221/2015) che, recependo le direttive europee in materia (2000/60 e 2007/60), ha istituito le Autorità di bacino distrettuali, enti pubblici non economici che seguono i criteri di efficienza, efficacia, economicità e pubblicità per lo svolgimento delle proprie attività.

Concludendo, c’è ancora molto da fare e soprattutto da recuperare ma se si riusciranno ad unire in modo proficuo le competenze che non mancano a una visione concreta di pianificazione degli interventi potrebbero finalmente arrivare dei risultati in tempi certi.

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