Animali

Droni: è giusto utilizzarli per difendere gli animali?

Con questi apparecchi è possibile misurare il livello di salute degli animali e persino guidarne gli spostamenti

Regole di volo per droni

Droni, droni ovunque: negli ultimi anni questa nuova tecnologia si è infilata in tantissimi settori diversi, grazie alle sue mille potenzialità, gran parte delle quali ancora inespresse. Nel campo militare, come in quello agricolo, cinematografico, archeologico, per non parlare delle forze dell’ordine e delle guardie costiere, che hanno pensato di utilizzare i droni per individuare i barconi dei migranti in pericolo. Non fa eccezione il settore della difesa dell’ambiente: abbiamo infatti già visto insieme, per esempio, che in Sud Dakota stanno progettando dei droni per lanciare sopra alle colonie di furetti delle indispensabili pasticche contenenti il vaccino per la peste selvatica. Ma quali possono essere gli effetti negativi dell’utilizzare i droni per aiutare la fauna selvatica? Qual è il limite da non oltrepassare affinché questo aiuto non diventi uno stress insostenibile per gli animali? Queste domande sono al centro di uno studio di due ricercatori dell’Università di Adelaide, il dottorando Jarrod Hodgson e il professor Lian Pin Koh.

Principi di precauzione

Lo studio, pubblicato nella rivista Current Biology, cerca di definire quali sono i limiti da rispettare nel momento in cui si decide di utilizzare i droni per studiare e aiutare la fauna selvatica. Come dichiarano infatti all’inizio del paper, «considerando la crescente popolarità dei droni come strumento di lavoro nel campo della biologia, ci teniamo a raccomandare dei principi di precauzione per ridurre i rischi». Nel dettaglio, i due ricercatori suggeriscono di fare proprie alcune delle regole basilari dell’aviazione civile: i droni, per esempio, dovrebbero rispettare dei limiti di altitudine, così da non volare troppo vicino a determinate zone, ed evitare in determinati casi il volo notturno, minimizzando per quanto possibile gli output sonori e visuali. In altre parole, questi apparecchi devono essere gestiti in modo da essere notati il meno possibile dagli animali.

Non causare stress agli animali

Koh e Hodgson suggeriscono dunque di fare il possibile per rendere mimetici i droni: si può partire da una colorazione che si confonda con l’ambiente, per arrivare a delle forme e tinte che ricordino degli uccelli non predatori, così da ridurre lo stress degli animali al minimo. Perché è proprio di stress che si parla: l’anno scorso una squadra di ricercatori dell’Università del Minnesota ha infatti monitorato i livelli di stress degli orsi a stretto contatto con il passaggio di droni, scoprendo che questa intrusione aerea può avere degli effetti deleteri sulla quotidianità degli animali. I dati parlano chiaro: la frequenza cardiaca degli orsi si alzava quando un drone si trovava nelle loro vicinanze. In un caso preciso, per esempio, il battito cardiaco di un orso si è alzato dai 40 battiti al minuto fino ai 160. Come ha spiegato Mark Ditmer, autore principale di questo studio,

«non vorrei mai essere il fautore dello stop dell’utilizzo dei droni della ricerca, ma allo stesso tempo mi sento di suggerire un utilizzo prudente di questi apparecchi, almeno fino a quando non avremmo compreso completamente migliori pratiche da seguire».

Pericolose conseguenze

Di certo l’aumento del battito cardiaco per la presenza di un drone non è di per sé una conseguenza troppo pericolosa: ma se questo stato di stress porta gli animali a fuggire in preda alla paura, questo li potrebbe portare ad addentrarsi in territori pericolosi. O, al contrario, la continua presenza di droni nella vita quotidiana della fauna selvatica potrebbe renderli assuefatti alla presenza umana, così da diventare facili prede per eventuali bracconieri. Non è poi da dimenticare che, come racconta Ditmer, in alcuni casi gli animali hanno scelto di scaricare il proprio stress direttamente sull’apparecchio che lo ha causato: nel dettaglio due uccelli, uno scimpanzé e un canguro hanno attaccato direttamente il drone che li stava osservando.

Droni per studiare le balene e fermare i bracconieri

È dunque necessario trovare degli espedienti per poter sfruttare i droni senza disturbare eccessivamente gli animali. Questo perché tali apparecchi possono rendere moltissimi servizi utili, proprio per quella fauna che ne viene disturbata. Nel 2015 l’US National Oceanic and Atmospheric Administration (NOAA) ha iniziato ad utilizzare i droni per studiare le balene: volando ad una trentina di metri sopra ai branchi, gli apparecchi hanno potuto raccogliere importanti informazioni circa il loro stato di salute. E per volontà di Air Shepherd, un’organizzazione no profit del Minnesota, dei droni stanno pattugliando alcune riserve naturali africane: in questo modo la battaglia contro il bracconaggio diventa più efficiente, senza mettere a rischio le vita dei ranger.

Guidare gli orsi polari

Gli utilizzi dei droni nel settore del wildlife possono essere quindi moltissimi: oltre ai casi sopra elencati, infatti, esistono tante ipotesi per il loro impiego futuro. In Islanda, per esempio, si sta pensando di utilizzarli per guidare gli orsi polari: ma cosa ci fanno questi plantigradi lungo le coste islandesi? Molto semplice: senza rendersene conto, a bordo di lastroni di ghiaccio che vanno alla deriva, finiscono talvolta per ‘navigare’ dalla Groenlandia all’Islanda, dove arrivano affamati e soprattutto distrutti dal lungo e involontario viaggio. Qui però il benvenuto non è mai dei migliori: nonostante siano degli animali protetti, gli sfortunati orsi polari vengono immediatamente abbattuti, in quanto ‘pericolosi’. Per salvare questi sventurati esemplari, però, potrebbero entrare in gioco proprio i droni: grazie alle loro telecamere si potrebbero infatti prevedere gli spostamenti degli orsi, rivelarne lo stato di salute e persino – attraverso segnali luminosi e sonori – allontanarli dalle zone abitate e quindi pericolose. Insomma, come si può comprendere, l’utilizzo dei droni da parte dei ricercatori può portare a veri benefici per gli animali a rischio: come sottolineano però Koh e Hodgson, «l’importante è utilizzarli in modo consapevole».