sensibilità climatica
Cambiamento climatico

Ricalcolo della sensibilità climatica, climate change più veloce


«Abbiamo individuato l’effetto serra, che sta modificando il nostro clima». Con queste semplici parole pronunciate di fronte alla commissione energetica del Senato degli Stati Uniti, James Hansen presentò per la prima volta al mondo delle prove che dimostravano che cambiamento climatico è causato dall’uomo. Era il 1988. A quell’epoca Hansen (nato nel 1942) era direttore del NASA Goddard Institute for Space Studies, e spiegò alla commissione che il riscaldamento climatico in corso (erano infatti state notate temperature crescenti durante tutti gli anni Ottanta) costituiva un fenomeno che andava oltre la naturale variabilità dei gradi, e che poteva anzi essere attribuito all’attività umana, e principalmente alla dispersione di diossido di carbonio e di altri gas “heat-trapping”. Il primo scienziato a portare davanti alle istituzioni il problema dei cambiamenti climatici come lo intendiamo oggi non ha certo smesso di fare ricerca, anzi, ha continuato a concentrarsi sul riscaldamento globale. E proprio un suo studio, pubblicato il 2 novembre 2023, dimostra che i cambiamenti climatici sono sempre più veloci, avanzando cioè con un ritmo più elevato di quanto previsto fino a oggi. A portare Hansen e i suoi colleghi a questa conclusione sarebbe una rivalutazione della sensibilità climatica, ovvero del parametro che quantifica il riscaldamento del pianeta in risposta all’aumentare della concentrazioni di anidride carbonica nell’atmosfera.

La rivalutazione della sensibilità climatica

Come sappiamo, l’obiettivo principale a partire dagli Accordi di Parigi è quello di limitare il riscaldamento globale a un massimo di 2 gradi in più rispetto alle temperature medie dell’epoca preindustriale. Anzi, è stato dichiarato che sarebbe decisamente meglio contenere l’aumento di temperature entro 1,5 gradi, tenendo quindi la soglia di 2 gradi centigradi in più come ultima ratio. A partire dall’analisi di dati paleoclimatici e di dati satellitari, applicando dei modelli climatici, il gruppo di ricerca di Hansen ha calcolato che, con gli attuali tassi di inquinamento, il pianeta sforerà il limite dei 2 gradi ben prima del 2050.

Tutto si basa su un semplice fatto: la temperatura della Terra è correlata in modo diretto alla quantità di CO2 presente nell’atmosfera. A partire dal 1979 gli studi a questo proposito partono dal concetto di sensibilità climatica, e quindi dal calcolo per cui, raddoppiando l’anidride carbonica presente nell’atmosfera, si avrebbe un aumento delle temperature globali compreso tra gli 1,5 e i 4,5 gradi. Il nuovo studio di Hansen propone però una valutazione aggiornata della sensibilità climatica, affermando che al raddoppio di CO2 corrisponderebbe invece un aumento minimo di 4,8 gradi centigradi.

Le misure suggerite da Hansen e colleghi

Esaminando fattori come il riscaldamento dei mari, lo scioglimento dei ghiacci ai poli e la riduzione degli aerosol nell’atmosfera, il gruppo di ricerca di Hansen ha scoperto che la sensibilità climatica della Terra è più alta di quanto ci si aspettasse. A fronte di una più accentuata sensibilità climatica, per contenere il surriscaldamento globale si rendono necessari sforzi ancora più forti. Più nello specifico, gli studiosi hanno proposto 3 priorità, ovvero:

  • Incrementare a livello globale il prezzo delle emissioni di gas a effetto serra, e in parallelo incentivare lo sviluppo delle energie rinnovabili e accessibili
  • Stimolare una cooperazione continua tra Est e Ovest del mondo, puntando a soddisfare le esigenze dei Paesi in via di Sviluppo
  • Intervenire sullo squilibrio energetico terrestre

Queste, secondo il gruppo di ricerca di Hansen, sarebbero le azioni più importanti per arrestare il riscaldamento globale e riportare le temperature globali ai livelli dell’Olocene.