L’industria tessile è oggi una delle industrie più inquinanti al mondo. Come uscire da questa problematica ambientale e introdurre la sostenibilità nella moda? La Cina e l’India potrebbero offrirci la soluzione.

L’industria della moda oggi

Che nell’industria attuale non ci sia sostenibilità nella moda, è ormai noto a tutti i consumatori. La cosiddetta industria tessile della “moda veloce”, che produce capi accessibili e di facile consumo, è infatti una delle industrie più inquinanti al mondo, seconda solo all’inquinamento prodotto dalla lavorazione del petrolio. L’inquinamento del tessile è prodotto dalle sostanze chimiche pericolose immesse nell’atmosfera, insieme alla produzione di gas serra e rifiuti pericolosi.

La larga diffusione della moda veloce è stata facilitata anche dai cambiamenti nelle abitudini dei consumatori, che, complice la facilità di accesso alla grande distribuzione, conservano i loro capi di abbigliamento circa la metà del tempo rispetto a quanto facevano 15 anni fa, con capi che vengono scartati e destinati alla spazzatura a volte anche dopo solo 7-8 volte essere stati indossati.

Proprio per rispondere alla domanda di questi capi “usa e getta”, la produzione delle industrie tessili, negli ultimi anni, è aumentata a dismisura, con un conseguente aumento dell’inquinamento prodotto dai suoi stabilimenti.

Sostenibilità nella moda: le attitudini dei consumatori di India e Cina

Una risposta alla crisi ambientale prodotta dall’industria della moda potrebbe arrivarci da alcuni Paesi emergenti, come la Cina e l’India. Anche se nell’immaginario comune i concetti di moda sostenibile e eco-fashion sono associati ai Paesi dall’economia avanzata, a causa dei costi medi di questi capi di abbigliamento, che sono più elevati del normale, in realtà alcuni Paesi cosiddetti “sottosviluppati” sembrano porsi maggiormente il problema della sostenibilità nella moda.

Complici sono anche i consumatori di questi Paesi, molto più attenti in materia di sostenibilità nella moda: secondo il Report della moda 2017, circa il 65% dei consumatori dei Paesi emergenti ricercano capi della moda sostenibile, raggiungendo picchi del 78% in India, contro il 32% dei consumatori che appartengono a sistemi dall’economia più sviluppata.

Perché esiste questo divario nella coscienza etica dei consumatori nelle diverse zone del mondo?

Una teoria è fornita da Divya Hira, un’imprenditrice indiana che lavora utilizzando materie prime ottenute in modo sostenibile e attraverso il commercio equo e solidale. Secondo l’imprenditrice, i consumatori dei mercati emergenti sono più vicini e a contatto con i venditori e fornitori locali, piuttosto che ai grandi marchi, a differenza dei consumatori appartenenti ai sistemi economici più sviluppati. I consumatori dei mercati emergenti sono quindi più inclini ad indossare capi di abbigliamento provenienti dai negozi locali e nazionali, piuttosto che dai brand della grande distribuzione, poiché si fidano di più ed hanno una migliore conoscenza della loro filiera produttiva e del modo in cui vengono realizzati.

Una spiegazione diversa proviene invece da Christina Dean, donna a capo di Redress, una ONG che si occupa della riduzione dei rifiuti tessili nel mondo. Secondo lei, il consumatore dei mercati emergenti vive a contatto con i siti di produzione della grande distribuzione, e  vive e respira sulla propria pelle i danni che questo tipo di impianti producono a livello ambientale. Sono quindi anche più consapevoli di quello che acquistano.

Una volta analizzate le attitudini dei consumatori dei Paesi delle economie emergenti rispetto alla moda sostenibile, come si comportano realmente questi consumatori rispetto alle loro abitudini di spesa?

Anche in Paesi, come il Brasile, la Cina e l’India, in cui la capacità di spesa della popolazione è cresciuta vertiginosamente rispetto al passato, i consumatori sono ancora abbastanza poco propensi a spendere rispetto ai consumatori dei Paesi sviluppati, in cui il consumismo è all’ordine del giorno. In poche parole, la percentuale di spesa rivolta all’abbigliamento, da parte dei consumatori dei Paesi emergenti, equivale solo ad una minima frazione di quanto spendono per la moda i consumatori del mondo “sviluppato”.

Ma qualcosa sta cambiando.

Come potrebbe cambiare lo scenario della moda nei prossimi anni

Secondo le attuali stime economiche, la Cina sarà, entro il 2030, il più grande mercato di abbigliamento presente al mondo. Questo comporterà anche un cambiamento nelle abitudini dei suoi consumatori, poiché la classe media avrà un maggiore benessere e una maggiore capacità di spesa.

Anche l’India vedrà aumentare la sua produzione tessile nei prossimi anni: il Paese è proiettato a diventare il terzo mercato dell’abbigliamento al mondo, entro il 2030, con una capacità di spesa dei propri consumatori che ci si aspetta sarà almeno doppia rispetto a quella attuale.

Poiché la produzione e i consumi nel settore dell’abbigliamento in India e Cina sono destinati ad aumentare sensibilmente nei prossimi anni, questi Paesi potrebbero trainare una rivoluzione etica nel mondo della moda, se l’attitudine in materia di sostenibilità nella moda da parte dei consumatori dovesse restare la stessa di oggi.

La svolta verso la sostenibilità della moda diventerà poi anche una necessità in Paesi, come quelli asiatici, in cui la presenza di rifiuti e scarti del settore tessile potrebbe diventare presto una vera e propria emergenza sociale: ricorrere a fibre riciclabili nella produzione diventerà essenziale.

A fare la differenza saranno le preferenze dei consumatori: se i consumatori continueranno a propendere per capi etici e sostenibili, allora la produzione si adeguerà. Questa potrebbe essere una chiave di svolta fondamentale nel cambiamento del settore tessile nei prossimi anni.

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