Ghiacciaio in ritiro con lago di fusione turchese: con l'overshoot climatico la perdita di ghiaccio non torna indietro

Overshoot climatico: i danni che restano anche quando la temperatura scende

Ad agosto 2026 la temperatura media globale ha toccato 1,65 °C sopra il livello preindustriale: insieme a luglio 2023 è il mese più caldo mai misurato, secondo il servizio europeo Copernicus. Gli scienziati chiamano questo sforamento overshoot climatico. Uno studio pubblicato nel 2026 su Communications Earth & Environment dice che cosa lascia dietro di sé: anche quando la temperatura torna sotto la soglia, il carbonio perso dal permafrost non si recupera, con una reversibilità vicina allo 0%.

Per overshoot climatico l’IPCC, il gruppo intergovernativo dell’ONU sul cambiamento climatico, intende un percorso in cui il riscaldamento supera per un certo periodo un livello fissato, come 1,5 °C, e poi torna sotto. Il rientro richiede emissioni nette negative, cioè togliere dall’atmosfera più anidride carbonica (CO₂) di quanta se ne emetta. Niente a che vedere con l’Overshoot Day, la data in cui l’umanità esaurisce le risorse rinnovabili dell’anno: qui si contano gradi, non risorse.

Il termometro globale ha già superato 1,5 °C, l’Accordo di Parigi è ancora in gioco

Un mese a 1,65 °C non vuol dire che il limite dell’Accordo di Parigi sia saltato. Lo chiarisce l’Organizzazione meteorologica mondiale (WMO) nel suo aggiornamento del 28 maggio 2026: le soglie di 1,5 e 2 °C riguardano il riscaldamento di lungo periodo, «tipicamente valutato su 20 anni». I singoli anni sopra soglia diventeranno sempre più frequenti.

Il momento si avvicina. Secondo la WMO, c’è il 91% di probabilità che almeno un anno tra il 2026 e il 2030 superi 1,5 °C. La probabilità che la media dei cinque anni sorpassi questa soglia è del 75%. Leon Hermanson del Met Office britannico, autore principale del rapporto, segnala anche un El Niño previsto per la fine del 2026, che aumenta la possibilità di un nuovo anno record nel 2027.

Il 10 settembre Copernicus ha aggiunto il dato europeo. L’estate 2026 è stata la più calda mai registrata nell’Europa occidentale, battendo il primato del 2003. «Gli impatti di queste condizioni sono sempre più avvertiti da comunità, economie ed ecosistemi in tutto il mondo», ha commentato Samantha Burgess. È responsabile strategica per il clima del Centro europeo per le previsioni meteorologiche a medio termine (ECMWF), che gestisce il servizio (traduzione nostra).

Mezzo grado fa una grande differenza, come si vede confrontando un aumento di 1,5 e uno di 2 gradi. La vera domanda però è un’altra: cosa succede se si supera quel limite e poi la temperatura torna indietro?

Cosa resta quando la temperatura torna giù

Lo studio Irreversible climate changes driven by degree-years of temperature overshoot, firmato da Mitchell Dickau, Kirsten Zickfeld e Damon Matthews delle università di Concordia e Simon Fraser, usa il modello del sistema Terra dell’Università di Victoria. Gli autori hanno confrontato 42 coppie di scenari diversi: in una lo scenario supera il limite e poi torna indietro, nell’altra resta sotto il limite. I picchi variano tra circa 1,5 e 2 °C; il ritorno ai livelli iniziali va dal 2086 al 2100.

Poi hanno misurato quale porzione della variazione scompare durante il rientro. Il sistema climatico si divide in due.

Componente Quanto torna indietro al rientro
Carbonio del permafrost circa 0%
Circolazione atlantica (forza massima dell’AMOC) circa 0%
Temperatura e ossigeno degli oceani 20-25%
Innalzamento del mare per espansione termica 20-25%
Temperature medie dell’aria per emisfero circa 100%
CO₂ in atmosfera e pH della superficie del mare oltre 100%

Fonte: Dickau, Zickfeld, Matthews, Communications Earth & Environment, 2026. Hanno misurato la reversibilità a breve termine nell’anno del rientro.

AMOC indica la circolazione meridionale di ribaltamento atlantica, un sistema di correnti che trasporta calore verso il Nord Atlantico e l’Europa. Il permafrost è un suolo che rimane ghiacciato per almeno due anni consecutivi; quando si scongela, il carbonio si libera e non torna nel terreno.

La lettura va contro l’intuito. L’aria si raffredda, la CO₂ scende e il mare in superficie diventa meno acido; CO₂ e acidità finiscono anzi più in basso che nello scenario senza sforamento (da qui l’«oltre 100%»), effetto delle emissioni negative necessarie per tornare indietro. Oceani e permafrost invece tengono il conto. Il calore accumulato negli oceani rimane bloccato. L’acqua diventa più calda, perde ossigeno e si espande, facendo salire il livello del mare.

Conta quanto a lungo si resta sopra: i gradi-anno

Il contributo più utile dello studio è una misura chiamata gradi-anno di overshoot. Funziona come un contatore: somma, anno dopo anno, i decimi di grado oltre la soglia. Stare 0,3 gradi sopra 1,5 °C per dieci anni dà 3 gradi-anno. Stare 0,1 gradi sopra per trent’anni dà lo stesso.

Negli scenari considerati il valore varia tra 1 e 9 gradi-anno. Per permafrost, calore e ossigeno degli oceani, livello del mare e AMOC, il danno aumenta quasi in modo lineare con il contatore (coefficiente di determinazione R² pari o superiore a 0,9). Il legame è «abbastanza indipendente» dal picco raggiunto, scrivono gli autori. In pratica, conta il calore totale aggiunto al sistema, più dell’altezza massima della curva.

Una ricerca precedente applica la stessa logica fino al 2300. Lo studio Overconfidence in climate overshoot di Carl-Friedrich Schleussner e colleghi è uscito su Nature nell’ottobre 2024. Gli autori stimano circa 40 centimetri di mare in più al 2300 per ogni secolo trascorso sopra 1,5 °C.

Attenzione ai limiti del modello, dichiarati dagli stessi autori. L’atmosfera è rappresentata in due sole dimensioni e il livello del mare tiene conto solo dell’espansione termica dell’acqua, senza considerare lo scioglimento delle calotte. Sono omissioni che, se mai, fanno apparire il danno più piccolo di quanto sia in realtà.

Le Alpi mostrano già che cosa vuol dire irreversibile

Non serve aspettare il 2100 per osservare un danno irreversibile. Nel 2026 i ghiacciai svizzeri hanno perso il 5,5% del loro volume, la seconda diminuzione annua più alta mai registrata dopo il 2022, secondo la rete di monitoraggio GLAMOS e l’Accademia svizzera delle scienze. Negli ultimi cinque anni è scomparso circa un quinto del ghiaccio.

Il 1° ottobre 2026 Matthias Huss, direttore di GLAMOS, ha dichiarato all’agenzia LaPresse che per i ghiacciai delle Alpi svizzere è «quasi troppo tardi». Ha poi aggiunto una sua valutazione: «Il riscaldamento che stiamo vivendo ora può essere attribuito al 100% al cambiamento climatico antropogenico». Un ghiacciaio alpino impiega secoli a formarsi. Un rientro sotto 1,5 °C non lo ricostruisce.

Il conto economico arriva subito. Secondo una stima di Allianz Research ripresa da LifeGate il 30 settembre 2026, le ondate di caldo estremo di quest’anno sono costate 113 miliardi di euro a 30 Paesi europei. L’Italia ha pagato la quota più alta: 27,8 miliardi. Si tratta di un’analisi di un gruppo assicurativo, non di una statistica ufficiale, quindi va presa come ordine di grandezza.

Rientrare costa: servono emissioni negative

Tornare sotto 1,5 °C dopo averlo superato non succede da solo. Il Sesto rapporto di sintesi dell’IPCC (2023) afferma che il riscaldamento può diminuire solo se si raggiungono e si mantengono emissioni nette negative di CO₂ su scala globale. Questo significa rimuovere ogni anno più anidride carbonica di quanta se ne produce, tramite foreste, suoli e tecnologie di cattura.

Il rapporto indica che l’overshoot porta impatti negativi, alcuni irreversibili. I rischi crescono con l’entità e la durata dello sforamento. Durante il picco, incendi, morte degli alberi, torbiere secche e permafrost scongelato indeboliscono i pozzi di carbonio naturali. Il rientro si complica quando è più necessario.

Qui sta il punto debole del ragionamento «sforiamo adesso e rimediamo dopo». Il gruppo di Schleussner ha calcolato che, per proteggersi da un clima più reattivo del previsto, occorrerebbe una capacità di rimozione di «diverse centinaia di gigatonnellate» di CO₂ entro il 2100. Oggi quella capacità non esiste. Per questo l’obiettivo delle emissioni nette zero resta la prima tappa obbligata.

Da qui in poi conta quanto durerà lo sforamento

Il prossimo banco di prova è vicino: con l’El Niño atteso per la fine del 2026, la WMO considera probabile un nuovo anno record già nel 2027. Ogni anno sopra 1,5 °C aggiunge gradi-anno a un contatore che oceani e permafrost non azzerano. Il picco, a questo punto, conta meno della durata, e la durata dipende da quanto in fretta si tagliano CO₂ e metano: è la leva che l’IPCC indica per abbassare il picco e ridurre le emissioni negative da trovare dopo. Quanto margine resti lo raccontano già i dati sul riscaldamento globale nel 2026 e i limiti planetari oltrepassati. Sui ghiacciai svizzeri, intanto, il conto del 2026 è già chiuso: un altro 5,5% di volume che nessun rientro restituirà.

Domande frequenti

Cos'è l'overshoot climatico?

L'overshoot climatico avviene quando il riscaldamento globale supera una soglia, come 1,5 °C rispetto ai livelli preindustriali, per poi scendere di nuovo. Per l'IPCC questo rientro richiede emissioni nette negative di CO₂. Significa rimuovere dall'atmosfera più anidride carbonica di quella emessa. Il concetto è diverso dall'Overshoot Day, che misura il consumo di risorse naturali e non la temperatura. Lo studio di Dickau e colleghi (2026) dimostra che una parte dei danni permane anche dopo il rientro.

Abbiamo già superato 1,5 gradi?

In singoli mesi e anni sì: ad agosto 2026 la temperatura globale era 1,65 °C sopra il livello preindustriale (Copernicus). Il limite dell'Accordo di Parigi però si riferisce alla media di lungo periodo, valutata su circa 20 anni, e quella non è ancora oltre la soglia. Secondo la WMO c'è il 91% di probabilità che almeno un anno tra il 2026 e il 2030 superi 1,5 °C e il 75% che lo faccia l'intera media quinquennale.

Quali danni restano dopo un overshoot climatico?

Secondo uno studio pubblicato nel 2026 su Communications Earth & Environment, il carbonio rilasciato dal permafrost e l'indebolimento della circolazione atlantica (AMOC) praticamente non recuperano al rientro. Il calore e l'ossigeno degli oceani, insieme all'innalzamento del mare dovuto all'espansione termica, tornano verso i valori di partenza solo per il 20-25%. La temperatura dell'aria torna invece in pratica ai livelli iniziali, mentre CO₂ atmosferica e acidità superficiale del mare scendono perfino sotto, perché per rientrare servono emissioni nette negative. Ghiacciai e calotte polari, che il modello non considera, richiedono secoli per ricomporsi.

Cosa sono i gradi-anno di overshoot?

I gradi-anno proposti da Dickau, Zickfeld e Matthews (2026) sommano ogni anno di quanto la temperatura globale supera la soglia. Superare 1,5 °C di 0,3 gradi per dieci anni equivale a 3 gradi-anno. Lo studio mostra che i danni irreversibili a oceani e permafrost crescono in modo quasi lineare con questa misura, quasi indipendentemente dal picco. Conta quindi la durata dello sforamento, più di quanto in alto arrivi la temperatura.

Le fonti

  • Irreversible climate changes driven by degree-years of temperature overshoot, Dickau, Zickfeld, Matthews, 2026 — link allo studio
  • Sesto rapporto di valutazione, sintesi per i decisori politici, IPCC — link allo studio
  • Global Annual to Decadal Climate Update 2026-2030, WMO — link allo studio
  • August 2026 joint hottest month on record, Copernicus, 2026 — link allo studio
  • Overconfidence in climate overshoot, Schleussner e altri, 2024 — link allo studio
  • Allarme ghiacciai in Svizzera, in 5 anni hanno perso il 20% del loro volume, LaPresse, 2026 — link allo studio