Innalzamento dei mari: quanto sale e cosa ha deciso l’ONU
Il 24 settembre 2026 i 193 Stati dell’ONU hanno approvato la prima dichiarazione politica sull’innalzamento dei mari. Sei giorni dopo è arrivato il conto: il servizio europeo Copernicus Marine ha pubblicato il 10° Ocean State Report. Tra il 2012 e il 2025, il livello medio degli oceani è aumentato di 4,2 millimetri l’anno. All’inizio del Novecento, secondo le stime dell’IPCC, la crescita era pari a un terzo di questa cifra.
L’innalzamento del livello del mare è l’aumento del livello medio globale degli oceani. Dal 1993 i satelliti misurano il fenomeno con continuità. Le cause sono lo scioglimento dei ghiacci di terraferma (ghiacciai di montagna, Groenlandia, Antartide) e l’espansione termica, perché l’acqua più calda occupa più volume. Il servizio climatico Copernicus attribuisce ai ghiacci circa il 60% della crescita e all’espansione termica circa il 30%. Il resto dipende dall’acqua trattenuta dai continenti.
Cosa ha deciso l’ONU il 24 settembre
Il passaggio più nuovo è giuridico. La dichiarazione riconosce che uno Stato rimane tale anche se il mare sommerge il suo territorio. Conserva i propri confini marittimi e i diritti di pesca ed energia che ne derivano, come spiega il Christian Science Monitor. Per Tuvalu, nove atolli nel Pacifico, si tratta della sopravvivenza dello Stato. «Non è una minaccia futura, ma la nostra realtà presente», ha detto all’Assemblea il primo ministro di Tuvalu, Feleti Teo.
La popolazione coinvolta è molto vasta. Secondo l’Organizzazione meteorologica mondiale (WMO), 770 milioni di persone vivono a meno di cinque metri sopra la linea dell’alta marea, circa un decimo dell’umanità. Il segretario generale António Guterres ha dichiarato: «L’innalzamento del livello del mare va ben oltre l’ambiente. È un moltiplicatore di minacce, che colpisce economie, commercio, infrastrutture e sistemi alimentari».
Il punto debole è la forza del testo. Resta una dichiarazione politica: non contiene obblighi vincolanti né cifre certe per finanziare dighe, ricollocazioni e difese costiere. Il documento indica una direzione, ma i soldi andranno trovati altrove, a partire dai negoziati sul clima.
Perché il mare sale sempre più in fretta
Il dato che preoccupa gli oceanografi è l’accelerazione. Il Sesto rapporto dell’IPCC (il gruppo intergovernativo dell’ONU sul cambiamento climatico) stima che tra il 1901 e il 2018 il livello medio sia salito di circa 20 centimetri. La velocità però è cambiata parecchio nel tempo.
| Periodo | Velocità media di crescita | Fonte |
|---|---|---|
| 1901-1971 | 1,3 mm l’anno | IPCC, AR6 (2021) |
| 1971-2006 | 1,9 mm l’anno | IPCC, AR6 (2021) |
| 2006-2018 | 3,7 mm l’anno | IPCC, AR6 (2021) |
| 2012-2025 | 4,2 mm l’anno | Copernicus Marine, Ocean State Report 10 (2026) |
Tradotto: il ritmo è più che triplicato in un secolo. A fine 2025, ricorda la WMO, gli oceani erano 11 centimetri più alti rispetto a gennaio 1993. Può sembrare poco. Su una costa bassa e sabbiosa, però, pochi centimetri di livello medio spostano la linea di riva di metri. Questo aumenta la frequenza delle mareggiate che raggiungono strade e case.
La causa principale è il calore. Il rapporto Copernicus del 30 settembre mostra che nel 2025 il calore immagazzinato negli oceani ha toccato il record. Il problema riguarda anche il Mediterraneo. Secondo lo stesso rapporto, nel 2024 ha registrato ondate di calore marine fino a 4,6 °C sopra la media, in alcuni casi per oltre 30 giorni di fila. Quando la temperatura degli oceani sale, l’acqua si dilata. Il mare più caldo accelera anche la fusione delle piattaforme di ghiaccio antartiche, perché le consuma dal basso.
Quanto salirà il mare entro il 2100
Qui le emissioni fanno la differenza. L’IPCC confronta vari scenari. Con emissioni molto basse, in linea con l’obiettivo di 1,5 °C, il livello medio al 2100 salirebbe tra 28 e 55 centimetri rispetto alla media 1995-2014. Con emissioni molto alte la forchetta arriva tra 63 centimetri e un metro.
La differenza emerge soprattutto negli eventi estremi. Secondo l’IPCC, livelli che oggi si registrano una volta ogni cento anni diventeranno più frequenti. Entro il 2100 si presenteranno almeno una volta l’anno in oltre la metà delle stazioni mareografiche del pianeta. Questo ragionamento distingue un mondo a 1,5 °C da uno a 2 °C: ogni decimo di grado modifica la frequenza dei danni.
Attenzione però al dettaglio meno intuitivo. Il mare reagisce con secoli di ritardo. Anche limitando il riscaldamento a 1,5 °C, l’IPCC prevede un innalzamento di due-tre metri nell’arco di duemila anni. Alcuni Paesi hanno già raggiunto le emissioni nette zero. Ridurre le emissioni non blocca la salita dell’acqua. Ne decide la velocità, e quindi il tempo che abbiamo per adattarci.
Le coste italiane: 5.500 km² di pianure esposte
L’Italia ha circa 8.000 chilometri di coste e molte pianure costiere quasi al livello del mare. Uno studio coordinato da ricercatori dell’ENEA (Agenzia nazionale per le nuove tecnologie, l’energia e lo sviluppo economico sostenibile) lo ha verificato. Pubblicato su Quaternary Science Reviews nel 2017, lo studio calcola circa 5.500 km² di pianure che rischiano di finire sott’acqua entro il 2100. Gli autori, tra cui Fabrizio Antonioli e Gianmaria Sannino, hanno esaminato nel dettaglio la laguna di Venezia, le piane di Oristano e Cagliari e la piana di Taranto.
Le quattro aree sono state selezionate per un motivo preciso. Per chi vive sulla costa, conta il livello relativo: cioè la somma tra l’innalzamento del mare e i movimenti del suolo. Nell’Alto Adriatico il terreno sprofonda (subsidenza), quindi l’acqua avanza più rapidamente della media globale. In Sardegna la costa non si muove e a Taranto il suolo si solleva un po’. Venezia, come spiegato da green.it nell’articolo su piazza San Marco sommersa entro il 2150, somma entrambe le spinte.
Un caveat sui numeri. Lo studio ENEA usa lo scenario a emissioni più alte allora disponibile (RCP8.5, IPCC 2013). I 5.500 km² indicano il limite massimo di pericolo, utile per la pianificazione. Se hai una casa o un’attività in una pianura costiera bassa, l’informazione utile è la mappa di rischio del tuo Comune e della tua Regione.
Dopo la firma, la prova dei fatti
La dichiarazione dell’ONU chiude la fase delle trattative e ne apre una più difficile: quella dell’attuazione. Lo ha detto chiaro il ministro delle Finanze di Capo Verde, Olavo Correia: «Domani saremo giudicati su quanto riusciremo ad attuarla». Nel frattempo i satelliti continuano a misurare. Il 2025 si è chiuso con gli oceani 11 centimetri più alti rispetto al 1993, e al ritmo attuale ogni anno se ne aggiungono altri quattro millimetri.
Domande frequenti
Quanto si sta alzando il livello del mare?
Secondo il 10° Ocean State Report di Copernicus Marine, pubblicato il 30 settembre 2026, tra il 2012 e il 2025 il livello medio globale degli oceani è cresciuto di 4,2 millimetri l'anno. È un ritmo più che triplo rispetto all'inizio del Novecento, quando l'IPCC stima una crescita di 1,3 millimetri l'anno. Dal 1993, anno di inizio delle misure satellitari, alla fine del 2025 il livello medio è salito di 11 centimetri, secondo la WMO.
Quanto salirà il mare entro il 2100?
Dipende dalle emissioni. Il Sesto rapporto dell'IPCC stima, rispetto alla media 1995-2014, una crescita tra 28 e 55 centimetri con emissioni molto basse e tra 63 centimetri e un metro con emissioni molto alte. Anche nello scenario migliore il mare continuerà a salire per secoli: limitando il riscaldamento a 1,5 °C, l'innalzamento nell'arco di duemila anni è stimato in due-tre metri.
Quali zone d'Italia rischiano di più con l'innalzamento dei mari?
Le più esposte sono le pianure costiere basse, in particolare nell'Alto Adriatico, dove il suolo sprofonda e il mare guadagna terreno più in fretta. Uno studio coordinato da ricercatori ENEA e pubblicato su Quaternary Science Reviews nel 2017 stima circa 5.500 km² di pianure a rischio di inondazione entro il 2100 nello scenario a emissioni più alte. Tra le aree analizzate: laguna di Venezia, piane di Oristano e Cagliari, piana di Taranto.
Cosa prevede la dichiarazione ONU sull'innalzamento del livello del mare?
Approvata il 24 settembre 2026 dai 193 Stati membri, è la prima dichiarazione politica dell'ONU dedicata al tema. Riconosce che uno Stato conserva sovranità e confini marittimi anche se il mare ne sommerge il territorio, e chiede più cooperazione su dati scientifici, adattamento e finanza per le coste. Non è un trattato vincolante: la sua efficacia dipenderà dall'attuazione da parte dei governi.
Le fonti
- UN General Assembly adopts declaration on sea level rise (25 settembre 2026), WMO, 1993 — link allo studio
- AR6 WG1, Summary for Policymakers (2021), IPCC, 1901 — link allo studio
- Launch of the 10th Ocean State Report (30 settembre 2026), Copernicus Marine — link allo studio
- Sea level indicator, Copernicus Climate Change Service — link allo studio
- Sea-level rise and potential drowning of the Italian coastal plains (Antonioli et al., 2017), ENEA, 2100 — link allo studio
- The UN has issued its first joint declaration on sea level rise (28 settembre 2026), Christian Science Monitor — link allo studio




