Inquinamento

Fitodepurazione ambientale: le piante possono combattere l’inquinamento dei terreni

Assorbire lo smog nell’aria non è l’unico compito prezioso delle piante: grazie alla fitodepurazione ambientale ne beneficia anche il suolo

La vegetazione in città ha un compito importantissimo: assorbire la CO2 prodotta da fabbriche e tubi di scappamento e trasformarla in ossigeno. Per questo maggiore è il numero di alberi e minore sarà l’inquinamento. A tal proposito vi abbiamo già parlato di alcune soluzioni urbane interessanti fra cui spicca la panchina “verde” CityTree. Ma il ruolo benefico per l’ambiente delle piante non si limita alla sola atmosfera. Anche le radici possono svolgere il fondamentale compito di depurare in terreni in cui sono posizionate. Parliamo oggi di fitodepurazione ambientale, spiegando come funziona e cercando di capire i possibili sviluppi di tale risorsa.

I terreni inquinati e i sistemi meccanici per depurarli

Specialmente nelle aree urbane è presente un forte pericolo di inquinamento del suolo. Infatti, gli scarti provenienti dalle fabbriche e i gas di scarico inquinanti delle nostre auto vanno a finire anche nei terreni. Tali sostante nocive sono in genere metalli o gas organici contaminati come il tricloroetilene. Il fattore inquinante di tali sostanze è elevatissimo e pertanto vengono impiegati spesso mezzi meccanici per estrarli dal terreno, mezzi come escavatrici o apposite pompe da infilare nel suolo. Ovviamente tali strumenti presentano costi di impiego molto alti. La soluzione più economica si trova, come spesso accade, in natura. La fitodepurazione ambientale, infatti, può contribuire a ripulire un terreno dalle scorie inquinanti in modo sostenibile ed economico.

Fitodepurazione ambientale: ecco come funziona

Alberi piantati sopra un terreno inquinato possono depurarlo: è questo il principio su cui si basa la fitodepurazione ambientale. Il tutto grazie alle loro radici e, più precisamente, agli essudati radicali. Si tratta di sostanze organiche espulse dalla pianta e immesse nell’ambiente circostante. Ne è un esempio la resina per quel che riguarda la parte visibile della pianta. Avviene lo stesso fenomeno anche sotto terra e le radici ne sono responsabili. Sono proprio queste sostanze a bonificare il terreno attraverso reazioni chimiche che trasformano gli inquinanti in sostanze organiche pulite. La pianta, in pratica, non fa altro che immettere nell’ambiente una sorta di anticorpi per il terreno che lo proteggono dalle sostanze inquinanti, rendendole innocue.

Accelerare il processo: un modo per renderlo più efficace

Può capitare che i terreni in cui vengano immesse le piante con il compito di ripulirli siano in realtà troppo inquinati. In tal caso rappresentano un rischio per le piante stesse. In questi casi, oltre a non riuscire a svolgere il lavoro richiesto, la vegetazione rischia di morire. Una ricerca dell’Università di Washington ha però prodotto risultati molto interessanti in tal senso. Pubblicato di recente, lo studio mostra che l’aggiunta di batteri probiotici ai terreni può aiutare le piante a crescere più forti ed in minor tempo, combattendo meglio le sostante inquinanti del suolo.

L’esperimento con piante di pioppo poste in siti altamente inquinati

In inglese vengono definiti “superfund sites”. Si tratta di terreni pesantemente contaminati da fattori inquinanti industriali che finiscono anche nelle acque, diventando così molto pericolosi per l’uomo. È proprio da qui che parte la sperimentazione dell’Università di Washington, guidata dalla scienziata Sharon Doty. Nei pressi di questi siti contaminati sono stati piantati dei pioppi, alcuni dei quali trattati con i probiotici e altri no. I primi sono cresciuti in maniera nettamente maggiore rispetto ai secondi, diventando anche più forti e robusti, capaci quindi di trasformare meglio il tricloroetilene presente nel suolo. “Conosciamo questo processo da tanto tempo grazie agli studi in laboratorio ma non era mai stato utilizzato praticamente per la mancanza di risultati sul campo. Questo esperimento apre una nuova strada e permette anche alle aziende di usarlo”. È con queste parole che Sharon Doty ha commentato la preziosa scoperta.

I benefici per l’uomo di una ricerca così importante

Il tricloroetilene è usato spesso nelle fabbriche come solvente o sgrassatore. Secondo la U.S. Environmental Protection Agency, tale sostanza è fra le più inquinanti del Pianeta ed è presente in oltre 1000 siti nel territorio americano. Le conseguenze per l’uomo sono inquietanti: è infatti fortemente cancerogeno e si può trasmettere da una generazione all’altra attraverso il latte materno. Per questo è importante che i risultati di tale ricerca vengano applicati il prima possibile. È ciò che è avvenuto, ad esempio, al Middlefield-Ellis-Whisman superfund, sito altamente contaminato incluso nel Nasa Research Park. Anche in questo caso, i pioppi trattati col potente probiotico sono cresciuti più grandi e forti degli altri, tanto che in soli 3 anni la quantità di tricloroetilene è calata drasticamente.

Tante aziende hanno mostrato molto interesse per la scoperta, manifestando l’intenzione di utilizzarne la tecnologia. Ma non solo, anche molti agricoltori stanno pensando di sfruttarne le potenzialità per i propri terreni, considerando anche che ripulirli in maniera meccanica è eccessivamente invasivo e costoso.