Dodici centrali

Come siamo messi in Italia quanto a carbone? Se guardiamo all’utilizzo, ne usiamo ancora parecchio. Nel nostro paese ci sono in tutto dodici centrali a carbone, localizzate un po’ ovunque: ce ne sono in Puglia, Lazio, Umbria, Sardegna, Veneto, Friuli, Lombardia e Liguria. Non sono però tutte sotto lo stesso ombrello proprietario: otto di esse sono infatti dell’Enel, due sono della A2A, una è della Edipower e una della E.ON. Ma da dove viene tutto questo combustibile che viene utilizzato da queste centrali, con tutto l’inquinamento che ne consegue? Beh, non dall’Italia, in linea di massima.

Solo una miniera, in Sardegna

Come si evince dal sito ufficiale di Assocarboni, «l’Italia importa via mare circa il 90% del proprio fabbisogno di carbone, su una flotta italiana di circa 60 imbarcazioni che garantiscono una capacità di carico complessiva di oltre 4,6 milioni di tonnellate». Il combustibile fossile che alimenta le nostre inquinanti centrali proviene quindi dall’Africa, dagli Stati Uniti, dall’Indonesia, dalla Colombia, dal Canada, dalla Russia e dalla Cina. Praticamente, il mondo intero sfama la nostra fame di carbone. Questo perché in Italia esiste ad oggi – fortunatamente – una sola miniera di carbone attiva, in Sardegna, nel bacino del Sulcis Iglesiente. La sua produzione, sempre secondo i dati forniti da Assocarboni, è di circa 1 milione di tonnellate annue, anche se l’attività di estrazione negli ultimi decenni è stata molto discontinua. L’effettiva mancanza di carbone nel nostro sottosuolo ci ha messo però in una posizione di vantaggio rispetto ad altri paesi per quanto riguarda il processo di decarbonizzazione previsto a partire dal G7 del 2015.

Il carbone produce il 13,5% della nostra elettricità

Ma quanta dell’energia elettrica che utilizziamo ogni anno in Italia è prodotta dal carbone? Bisogna partire dal presupposto che l’86% dell’energia utilizzata nel nostro paese viene prodotta internamente, mentre il restante 14% viene importato dall’estero: questi sono i dati pubblicati da Terna, la società che gestisce la nostra rete elettrica nazionale. Di tutta questa energia, il 13,5% del nostro consumo è soddisfatto grazie alle centrali a carbone. Da questo processo marginale si originano però quasi 40 milioni di tonnellate di anidride carbonica, le quali rappresentano il 40% delle emissioni del nostro sistema elettrico nazionale. Insomma, come si può vedere, anche proporzionalmente questo combustibile fossile inquina più di quello che produce effettivamente.

Più emissioni del petrolio

Come si poteva leggere nella risoluzione parlamentare presentata da Stella Bianchi nel dicembre dell’anno scorso in previsione della Cop21 di Parigi, «le emissioni di CO2 provenienti dalla combustione del carbone arrivano a essere del 30% superiori a quelle del petrolio e del 70% superiori a quelle del gas naturale». Oltre a questo, come ha voluto sottolineare Bianchi, «la pericolosità del carbone è aggravata dal fatto che, oltre al biossido di carbonio, vengono dispersi nell’ambiente mercurio, piombo, arsenico, cadmio e altri metalli pesanti».

Il balletto italiano sulle centrali a carbone

Questo, dunque, è lo scenario attuale delle centrali a carbone in Italia. Potremmo pensare che sia destinato a migliorare velocemente, ridotto ai minimi termini dalla crescita delle rinnovabili. Ma non è esattamente così: c’è infatti una tredicesima centrale in costruzione, ovvero la centrale di Saline Joniche, in Calabria. Insomma, proprio adesso che si dovrebbe arretrare, si decide di costruire un impianto ex-novo. E dire che nella primavera del 2015 Enel aveva annunciato l’intenzione di abbandonare gradualmente il questo combustibile, perseguendo l’obiettivo condivisibile di diventare carbon neutral entro il 2050. Fece quindi abbastanza scalpore la dichiarazione dell’ente nazionale di voler chiudere ben 23 centrali, delle quali però unicamente tre a carbone, e delle più piccole.

La nuvola nera italiana ed europea

A tirare le orecchie all’Italia, e più in generale all’Unione Europea, è arrivato un nuovo rapporto del WWF, intitolato ‘Spazzare via la nuvola nera d’Europa: tagliare il carbone salva vite umane‘. In questo studio l’associazione ambientalista dimostra che, applicando a tutte le centrali elettriche europee a carbone i criteri di prestazione ambientale, si potrebbe arrivare a salvare 20.000 vite ogni singolo anno. A tanto, insomma, arrivano gli effetti nocivi del carbone sulla nostra salute. Nel dettaglio, infatti, in Europa le morti premature causate dalla combustione del carbone sono circa 22.900. Nella sola Italia, l’inquinamento condotto dalle 12 centrali attualmente attive causa 620 morti premature all’anno. Per non parlare poi delle patologie ad esso collegate, che pesano circa per 1,7 miliardi di euro sul sistema sanitario nazionale. Come si legge infatti nel rapporto, «porre limiti efficaci alle emissioni potrebbe salvare migliaia di vite ogni anno, eppure oltre la metà delle centrali elettriche a carbone in Europa operano con un ‘permesso di inquinare’ superiore ai limiti stabiliti dalle leggi europee». E l’incolumità delle centrali a carbone non è certo caduta dal cielo: oltre la metà delle centrali europee hanno infatti ricevuto dai propri governi delle deroghe speciali per inquinare di più. Alla faccia dello spirito della Cop21.

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