Con lo sguardo rivolto ad un modello più efficiente di economia circolare, puntando anche sull’innovazione, la plastica è stata al centro dell’annuale appuntamento a Davos con il World Economic Forum 2018. La partita dell’economia verde planetaria non si può limitare solo all’ambito energetico, ma deve prendere azione sul modo in cui i materiali vengono prodotti e consumati. Per far questo servono investimenti, ricerca e sviluppo. A sostenerlo anche la Ellen MacArthur Foundation che, con l’ambizioso programma triennale pubblicato dal report “New Plastics Economy”, ha per la prima volta evidenziato il modo in cui la plastica viene lavorata e il suo impatto sul flusso economico, sia in termini ambientali che sociali. L’ inquinamento plastico riguarda tutti, senza eccezioni, ma gli sforzi non sono ancora sufficienti per un miglioramento reale che consenta al rifiuto di diventare una risorsa.

Inquinamento plastico in numeri

Un numero sempre crescente di studi traccia le dimensioni di un problema diventato enorme e globale. I dati sono impressionanti: più di 8 milioni di tonnellate di plastica entrano nell’oceano ogni anno, e le tre maggiori campagne di pulizia riguardano solo lo 0,5% dell’ inquinamento plastico totale. Quasi 269 mila tonnellate di plastica costituiti da 5.25 trilioni di particelle galleggiano negli oceani, secondo uno studio pubblicato nel 2014 dalla rivista scientifica PlosOne. Su Science l’anno dopo una ricerca ha stimato che 5.3 degli oltre 8 milioni di tonnellate di plastica che raggiungono l’oceano annualmente provengono da appena cinque Paesi asiatici: Cina, Indonesia, Filippine, Thailandia e Vietnam, responsabili del 60% di tutto l’ inquinamento plastico oceanico. Predominanza asiatica confermata anche in uno studio dell’Università Helmholtz-Centre for Environmental Research GmbH – UFZ di Lipsia secondo cui il 90% dei rifiuti plastici è veicolato da dieci fiumi: due in Africa (Nilo e Niger) e gli altri otto in Asia (Fiume Azzurro, Fiume Giallo, Fiume Hai, Fiume delle Perle, Mekong, Amur, Gange and Indo). Un impatto devastante sull’ambiente, sulla quotidianità delle comunità che vivono lungo gli argini e sull’ecosistema marino che si trova invaso da vere e proprie isole di plastica galleggianti in balia delle correnti. In tutto il mondo, la plastica rappresenta l’85% dei rifiuti in spiaggia. Non è finita qui: la plastica non rimane negli oceani ma rientra nella catena alimentare, intossicando le abitudini e minando la strada verso la sostenibilità alimentare.

 

Le politiche in materia di inquinamento plastico

Riuso, riciclo e recupero sono le parole chiave alla base di un sistema sostenibile richiesto a gran voce da tutte le associazioni. Eppure, l’America da sola ancora butta 30 milioni di tonnellate di plastica all’anno, con un tasso di riciclo minore dell’8%. E l’Europa non è messa meglio. Ogni anno, vengono generati 25 milioni di tonnellate di rifiuti di plastica, ma meno del 30% viene raccolto per il riciclaggio. E la recente decisione della Cina di non importare più rifiuti degli altri Paesi ha posto l’accento sulla necessità di attuare soluzioni concrete. In questo contesto, la Commissione Europea ha varato una strategia contro la plastica che mira a trasformare il modo in cui i prodotti in plastica sono progettati, utilizzati e riciclati in un’ottica di economia circolare che contribuirà anche al raggiungimento degli obiettivi di sviluppo sostenibile. Entro il 2030, infatti, tutti gli imballaggi di plastica sul mercato dovranno essere riciclabili, l’utilizzo di sacchetti di plastica monouso sarà ridotto così come l’uso di microplastiche.

Cosa può essere fatto per diminuire l’ inquinamento plastico?

La crescente consapevolezza a livello globale ha contribuito a portare alla luce le criticità nella produzione di plastica, e ha messo sotto pressione i decisori politici e le azienda perché trovino soluzioni migliori. Questa crisi richiede innovatori e visionari in grado di ripensare la filiera in modo unico e sostenibile, impedendo che la plastica diventi rifiuto. A questo proposito la Ellen MacArthur Foundation ha lanciato lo scorso maggio un premio per l’innovazione, i cui vincitori sono stati annunciati proprio durante la conferenza a Davos del World Economic Forum. Dagli imballaggi, alla plastica monouso dei caffè a portar via fino allo sviluppo di materiali alternativi, ogni vincitore sarà affiancato da esperti per rendere le idee commercializzabili su vasta scala. Oltre agli imballaggi, anche gli altri settori trasversali, come ad esempio quello edilizio, possono partecipare alla lotta all’ inquinamento plastico. Parlando al Plasticity Forum, Nev Hyman, surfista australiano e imprenditore, ha condiviso l’impegno della sua azienda per costruire case nella nazione insulare del Pacifico di Vanuatu da materiali di plastica riciclata, rifiuti agricoli e persino rifiuti elettronici. Oppure, si possono fare strade, come è successo in Indonesia in cui la plastica è stata mischiata all’asfalto. Nani Hendiarti, direttore di scienze e tecnologie delle attività marittime presso il Ministero indonesiano, sottolineando che il Paese prende molto seriamente il problema dell’ inquinamento plastico, ha annunciato l’idea di creare una “banca del rifiuto”, per sensibilizzare all’uso della plastica. Con lo stesso obiettivo, il Plastic Neutral Program dell’azienda australiana Plastic Collective e il Plastic Offset Program del produttore di tavole da surf thailandese Starboard incoraggiano le aziende a quantificare la quantità di plastica che usano e il volume di rifiuti che generano. Le aziende possono quindi compensare il loro uso di plastica finanziando altri progetti che aiutano a ridurre ed evitare l’ inquinamento plastico. In questo contesto, è necessario che in primo luogo il consumatore indirizzi le grandi compagnie a produrre con un materiale differente dalla plastica. Le scelte sul mercato infatti possono e devono influenzare il cambiamento.

Condividi l'articolo
La discussione è regolata dalle seguenti Policy