Net Zero

Net Zero: i paesi che ce l’hanno già fatta

Tra gli obiettivi fondamentali che il mondo si sta ponendo per combattere i cambiamenti climatici c’è quello di divenire Net Zero. Ma cosa significa, come ci si arriva, e chi ci è già arrivato? Vediamo cosa significa Net Zero – e qual è la differenza con il termine carbon neutrality – quali sono i paesi che possono già definirsi Net Zero e quali sono le città italiane che si sono poste questo obiettivo a breve termine.

L’obiettivo è ormai quasi universale, almeno sulla carta. Secondo il Net Zero Tracker, a fine 2025 circa 145 paesi avevano annunciato un traguardo di neutralità climatica, coprendo intorno al 77% delle emissioni globali. Il punto è la qualità di quelle promesse: il Climate Action Tracker giudica “accettabile” la struttura del target di appena 6 dei 41 paesi che valuta. La scienza indica una scadenza precisa: per restare entro 1,5 °C le emissioni nette di CO2 dovrebbero azzerarsi intorno al 2050. Eppure il divario tra gli annunci e i tagli reali resta ampio, come ricorda ogni anno l’Emissions Gap Report dell’UNEP, il programma ambientale delle Nazioni Unite: le politiche in vigore non bastano a centrare gli obiettivi di Parigi.

Il significato di Net Zero

Mirare all’obiettivo Net Zero significa, in estrema sintesi, raggiungere l’equilibrio tra la quantità di gas serra emessi e la quantità di gas serra sequestrati. Il significato del termine è quindi simile ma non uguale a quello di carbon neutrality: essere Net Zero infatti è ancora più ambizioso. Per definirsi carbon neutral, infatti, è possibile anche acquistare dei crediti di compensazione, cosa che fanno ormai diverse aziende per compensare la differenza tra le emissioni create e quelle evitate o compensate. In altre parole: la carbon neutrality può appoggiarsi molto alla compensazione, il Net Zero chiede prima di tutto di tagliare le emissioni alla fonte e di compensare solo la quota residua, quella che davvero non si riesce a eliminare.

I paesi che hanno già raggiunto l’obiettivo

Nessuno tra i paesi “potenti” può dichiarare di avere raggiunto l’obiettivo Net Zero, e anzi, i cambiamenti necessari sono ancora moltissimi. Ci sono però alcuni paesi – per lo più di dimensioni ridotte – che negli anni sono stati citati come assorbitori netti di CO2 o molto vicini all’equilibrio, grazie soprattutto alle loro foreste. Ecco i più ricorrenti in questi elenchi.

  • Bhutan: questa piccola monarchia stretta tra Tibet e India vanta due quinti del proprio territorio adibiti a parco nazionale. Gli ingredienti che hanno permesso al Bhutan di essere carbon-negative sono il grande sviluppo forestale, un’agricoltura di sussistenza e un turismo sostenibile. Il tutto senza peraltro intaccare il Pil del paese, cresciuto negli ultimi anni a ritmi elevati, con un importante calo della povertà.
  • Comore: a est dell’Africa, poco a nord del Madagascar. Le Comore sono un paese molto povero, che si basa su allevamento, agricoltura e pesca. Anche qui buona parte del territorio è rappresentata da aree protette: si parla di circa un quarto dell’estensione nazionale.
  • Madagascar: poco più a sud delle Comore c’è il decisamente più grande Madagascar, il quale però potrebbe uscire ben presto da questo gruppo. A spaventare è infatti la velocità con cui sta avanzando la deforestazione, che in vent’anni ha abbattuto un quarto delle foreste di questo paese.
  • Suriname: questo piccolo paese sudamericano è coperto per il 93% della sua superficie da foreste. Tantissimi alberi, poche persone: si parla di una densità pari a circa 3 persone per ogni chilometro quadrato.
  • Gabon: anche qui la foresta è un ingrediente fondamentale. In questo paese africano l‘88% della superficie è coperto da alberi, grazie a un grande impegno contro la deforestazione. D’altra parte, però, il Gabon è un importante esportatore di petrolio.
  • Guyana: questo paese – che confina con il Suriname – è ricco di foreste, ma la recente scelta di diventare un grande produttore di petrolio rischia di farlo uscire da questo gruppo.
  • Niue: paese decisamente minuscolo – con circa 2.000 abitanti – responsabile di una quota infinitesimale delle emissioni globali. Eppure è colpito in modo molto forte dai cambiamenti climatici, a partire da un ciclone che nel 2004 ha distrutto la capitale.
  • Panama: coperta per oltre metà del territorio da foreste, Panama punta a riforestare altri 50.000 ettari entro la metà del secolo.

Attenzione, però, a non confondere le liste. Il nucleo dei paesi riconosciuti come carbon-negative – cioè che assorbono stabilmente più di quanto emettono – è un gruppo ristretto: Bhutan, Suriname e Panama hanno fondato nel 2021, a margine della COP26, una “alleanza carbon-negative” per condividere le pratiche che glielo permettono. Alla COP29 di Baku, nel 2024, l’alleanza si è ampliata dando vita al forum G-ZERO, che ha incluso anche il Madagascar (quattro paesi in tutto). Gli altri paesi citati sopra restano invece casi di equilibrio fragile, dove basta una svolta – l’avvio di estrazioni petrolifere, un’ondata di deforestazione – per perdere lo status.

Le città italiane verso l’equilibrio tra emissioni e sequestro di gas serra

Vale la pena ricordare a questo punto che, in Italia, nove importanti città si sono impegnate a raggiungere la neutralità climatica entro la fine del decennio: si tratta di Bergamo, Bologna, Firenze, Milano, Padova, Parma, Prato, Roma e Torino. Fanno parte delle 112 città selezionate il 28 aprile 2022 dalla Commissione europea per la Missione UE “100 città a impatto climatico zero e intelligenti entro il 2030” (la Cities Mission), coordinata dalla piattaforma NetZeroCities. L’obiettivo è che diventino laboratori capaci di trainare tutte le altre città europee verso la neutralità, comunque prevista entro il 2050. Il coordinamento nazionale fa capo al Ministero delle Infrastrutture e dei Trasporti (l’ex Mims).

Net Zero: promesse tante, piani credibili pochi

La distanza tra l’annuncio e i fatti è il vero nodo. Un traguardo di neutralità al 2050 vale poco se non è accompagnato da tappe intermedie, da un piano su come si tagliano davvero le emissioni e da regole chiare su quanto ci si può appoggiare alla compensazione. È la stessa differenza che passa tra un paese che assorbe più di quanto emette grazie alle sue foreste e un’azienda che compra crediti per dichiararsi “a impatto zero”. Guardare a chi il Net Zero lo pratica già – pochi, piccoli e ricchi di natura – aiuta a capire quanto sia difficile per un’economia industriale arrivarci sul serio.

Domande frequenti

Qual è la differenza tra Net Zero e carbon neutrality?

Il Net Zero richiede di azzerare l'equilibrio tra gas serra emessi e assorbiti tagliando prima di tutto le emissioni alla fonte, compensando solo la quota residua. La carbon neutrality può invece basarsi in misura maggiore sull'acquisto di crediti di compensazione.

Quali paesi sono già Net Zero o carbon-negative?

Il nucleo storico è formato da Bhutan, Suriname e Panama, che nel 2021 hanno fondato un'alleanza carbon-negative; nel 2024, con il forum G-ZERO, si è aggiunto il Madagascar (quattro paesi in tutto). Assorbono più CO2 di quanta ne emettono, soprattutto grazie a un'ampia copertura forestale.

Quanti paesi hanno un obiettivo Net Zero?

Secondo il Net Zero Tracker, a fine 2025 circa 145 paesi avevano annunciato un target di neutralità climatica, coprendo intorno al 77% delle emissioni globali. La qualità di questi impegni resta però molto disomogenea.

Quali città italiane puntano alla neutralità climatica entro il 2030?

Bergamo, Bologna, Firenze, Milano, Padova, Parma, Prato, Roma e Torino, all'interno della Missione UE "100 città a impatto climatico zero entro il 2030".

Le fonti