Riforestazione: veduta aerea di una foresta con un'area disboscata da ripristinare

Riforestazione: perché piantare alberi non basta

Dal 1990 al 2025 il pianeta ha perso 489 milioni di ettari di foresta per deforestazione, mentre le aree oggi in fase di ripristino sono 206,5 milioni. Sono i numeri del rapporto State of the World’s Forests 2026 della FAO, l’agenzia delle Nazioni Unite per l’alimentazione e l’agricoltura, presentato a Roma il 28 settembre 2026. La riforestazione corre meno della motosega, e il rapporto aggiunge un secondo problema: una parte dei progetti è fatta male.

Per la FAO ripristinare le foreste richiede molto più che piantare alberi. L’obiettivo è ridare salute all’intero paesaggio, inclusi i suoli, l’acqua, gli animali e le persone che lo abitano. Si interviene piantando nuovi alberi o lasciando che il bosco ricresca da solo. In certi casi basta rimuovere il pascolo da un versante o chiudere una strada forestale.

I conti che non tornano

Secondo la FAO, le foreste coprono oggi 4,14 miliardi di ettari, cioè il 32% delle terre emerse. Contengono 714 miliardi di tonnellate di carbonio e ospitano fino all’80% della biodiversità terrestre. Quasi un terzo della popolazione mondiale si nutre o lavora grazie alle foreste e agli alberi.

Il rapporto elenca tre fattori che pesano su questo patrimonio:

  • oltre 460 milioni di ettari di foresta degradata, cioè ancora in piedi ma impoverita;
  • 1,56 miliardi di ettari di terre degradate in totale, foreste comprese;
  • circa 127 milioni di ettari di foresta toccati ogni anno dagli incendi, a cui si sommano insetti, malattie e tempeste.

I governi di 91 Paesi e territori, invece, hanno promesso di recuperare oltre 190 milioni di ettari di foresta. Il direttore generale della FAO Qu Dongyu lo ricorda nella prefazione del rapporto. Qui scrive: «La finestra per agire si sta restringendo, e un ripristino tardivo o progettato male aumenterà i costi nel lungo periodo».

Il conto economico conferma la stessa cosa. Secondo la FAO, lasciare degradati gli ecosistemi fa perdere al mondo tra 878 miliardi e 6.300 miliardi di dollari all’anno, cioè tra il 2 e l’8,3% del prodotto interno lordo globale. Il conto riguarda tutte le terre degradate, non solo i boschi: anche campi con il suolo impoverito, pascoli consumati, zone che si stanno inaridendo. La forbice è così larga perché le due cifre contano cose diverse. Quella più bassa riprende la stima della Convenzione ONU contro la desertificazione (UNCCD, 2024) e somma le perdite economiche dirette di degrado del suolo, desertificazione e siccità, come i raccolti più scarsi sui terreni agricoli impoveriti e i danni delle siccità. Quella più alta viene dallo studio The Value of Land della ELD Initiative (2015) e aggiunge il valore dei servizi che la natura smette di fornire gratis, come acqua pulita, regolazione del clima e suoli fertili. Ripristinare più di un miliardo di ettari di terre degradate potrebbe invece generare 1.800 miliardi di dollari l’anno grazie a maggiore biodiversità, acqua regolata e suoli più fertili. Nelle condizioni migliori, scrive la FAO, ogni dollaro investito ne restituisce fino a 30.

Metà degli alberi piantati non arriva a cinque anni

Piantare è la parte facile. Uno studio guidato da Lindsay Banin del Centro britannico di ecologia e idrologia (UKCEH), pubblicato nel 2023 sulle Philosophical Transactions of the Royal Society B, ha seguito le piantine di 176 siti di ripristino nelle foreste tropicali e subtropicali dell’Asia. Il 18% era morto entro il primo anno. Dopo cinque anni ne mancava il 44%.

I dati medi nascondono differenze notevoli. Dopo cinque anni, in alcuni siti sopravviveva l’80% degli alberi e in altri appena il 20%. Le piantine nei terreni del tutto disboscati faticavano di più rispetto a quelle affiancate da qualche albero adulto. Secondo gli autori le cause comprendono la densità di impianto, le specie scelte e le condizioni del luogo. Incidono anche gli eventi meteo estremi e soprattutto la manutenzione successiva.

Il problema non è nuovo per chi segue il tema: già nel 2023 raccontavamo il collo di bottiglia dei vivai, che non producono abbastanza piantine delle specie giuste. Il risultato è che il numero di alberi piantati, la cifra che finisce nei comunicati, dice poco. Conta quanti sono vivi dieci anni dopo, e che foresta è diventata.

La foresta che ricresce da sola

Una soluzione meno costosa è lasciare che la foresta ricresca da sola. Brooke Williams e colleghi hanno pubblicato su Nature nell’ottobre 2024 uno studio secondo cui circa 215 milioni di ettari di territori tropicali disboscati potrebbero rigenerarsi spontaneamente, una superficie simile a quella del Messico. In trent’anni queste foreste assorbirebbero 23,4 miliardi di tonnellate di carbonio.

Metà di questo potenziale si concentra in cinque Paesi: Brasile, Indonesia, Cina, Messico e Colombia. La rigenerazione naturale funziona dove il suolo è ancora vivo, dove piove abbastanza, dove gli incendi sono rari e dove c’è un bosco vicino da cui arrivano semi e animali che li trasportano. Fuori da queste condizioni serve l’aiuto dell’uomo, e spesso anche lì il ripristino riesce meglio mescolando le due strade.

Il limite più serio è la durata. Una foresta giovane rimane solo se chi ci vive intorno ha un interesse a farla crescere. È il primo dei quattro percorsi indicati dalla FAO: mettere le persone e i loro diritti al centro. Senza questo la stessa terra torna pascolo o campo in pochi anni.

Dove la tecnologia aiuta: mappe che prevedono il bosco

Lo studio pubblicato su Nature mostra che si può usare l’intelligenza artificiale per il ripristino. I ricercatori hanno addestrato modelli di machine learning (algoritmi che imparano dai dati) su immagini satellitari raccolte tra il 2000 e il 2016, con una risoluzione di 30 metri. Il modello ha riconosciuto le aree dove il bosco era ricresciuto e le ha distinte da quelle rimaste invariate, considerando suolo, clima, distanza dalla foresta più vicina e uso del territorio. Nella verifica ha dato la risposta giusta nell’87,9% dei casi.

Questa mappa permette di usare meglio i fondi. Mostra dove basta proteggere un terreno e dove occorre piantare, due interventi con costi molto diversi. Gli autori segnalano però due limiti. Lo strumento presuppone che le condizioni future restino simili a quelle del 2000-2016, un’ipotesi incerta a causa del cambiamento climatico. Inoltre calcola la capacità naturale del territorio, non quella sociale: non sa se i proprietari lasceranno rinverdire la terra.

L’Italia ha mandato il suo piano a Bruxelles

Il tema riguarda da vicino anche l’Europa. Il regolamento europeo sul ripristino della natura, la cosiddetta Nature Restoration Law, chiede di avviare il recupero di almeno il 20% delle aree terrestri e marine dell’Unione entro il 2030 e di tutti gli ecosistemi che ne hanno bisogno entro il 2050. Ogni Stato doveva presentare entro settembre 2026 un piano nazionale. Per le foreste il regolamento fissa indicatori precisi da far migliorare: legno morto in piedi e a terra, boschi con alberi di età diverse, connessione tra le aree forestali, uccelli comuni dei boschi e carbonio nel suolo.

Il 25 settembre 2026 il ministero dell’Ambiente (MASE), insieme al ministero dell’Agricoltura (MASAF), ha trasmesso alla Commissione europea la proposta di Piano nazionale di ripristino della natura, preparata con il supporto tecnico di ISPRA e CREA dopo una consultazione pubblica tra aprile e giugno. Il documento contiene 2.078 misure di ripristino su foreste, terreni agricoli, fiumi, impollinatori e aree urbane. Per le città prevede che entro la fine del 2030 non si perda verde né copertura arborea rispetto al 2024, e che dal 2031 entrambi crescano.

Bruxelles ha sei mesi per valutare la bozza, poi l’Italia dovrà consegnare il piano definitivo entro settembre 2027. Il ministro dell’Agricoltura Francesco Lollobrigida ha rivendicato di aver cercato un equilibrio tra la tutela dell’ambiente e la capacità del sistema agricolo di produrre: è lì, sui terreni contesi tra campi e boschi, che il piano si giocherà davvero.

Le foreste ripristinate aiutano anche il clima. Funzionano da pozzo di carbonio: assorbono più CO₂ di quanta ne emettono, finché restano in piedi e in salute.

Il prossimo numero da guardare: gli ettari vivi, non gli alberi piantati

Entro il 2030 mancano poco più di tre anni. La FAO chiede che siano anni di «attuazione di alta qualità», e il primo banco di prova saranno le misure: quanti dei 190 milioni di ettari promessi diventeranno foresta, e quanti degli alberi piantati saranno ancora vivi a fine decennio. Per l’Italia la data da segnare è la risposta della Commissione europea sul piano, attesa entro marzo 2027.

Domande frequenti

Che differenza c'è tra riforestazione e ripristino delle foreste?

La riforestazione è la ricostituzione di un bosco dove c'era e poi è stato tagliato, di solito piantando alberi. Il ripristino delle foreste, nella definizione usata dalla FAO, è più ampio: punta a riportare in salute l'intero paesaggio, con suoli, acqua, biodiversità e comunità locali. Può includere la piantagione, ma anche la rigenerazione naturale, la protezione dal pascolo e una diversa gestione dei boschi esistenti.

Quanta foresta si è persa nel mondo e quanta se ne sta ripristinando?

Secondo il rapporto FAO *State of the World's Forests 2026*, tra il 1990 e il 2025 sono andati persi per deforestazione 489 milioni di ettari di foresta, e oltre 460 milioni di ettari sono degradati. I governi di 91 Paesi e territori si sono impegnati a ripristinarne più di 190 milioni, mentre le foreste oggi effettivamente in fase di ripristino sono 206,5 milioni di ettari.

Gli alberi piantati sopravvivono?

Non sempre. Lo studio di Lindsay Banin e colleghi (Philosophical Transactions of the Royal Society B, 2023) su 176 siti di ripristino in Asia ha trovato che il 18% delle piantine muore entro il primo anno e il 44% entro cinque anni. Nei siti migliori sopravviveva l'80% degli alberi, nei peggiori il 20%: contano la scelta delle specie, il terreno e la manutenzione dopo l'impianto.

Cos'è il Piano nazionale di ripristino della natura?

È il documento con cui l'Italia applica il regolamento europeo 2024/1991 sul ripristino della natura. La proposta, trasmessa a Bruxelles il 25 settembre 2026 dai ministeri dell'Ambiente e dell'Agricoltura, contiene 2.078 misure su foreste, terreni agricoli, fiumi, impollinatori e città. La Commissione ha sei mesi per valutarla; il piano definitivo è atteso entro settembre 2027.

Le fonti

  • Restoring forests and landscapes is critical to meeting global food security and development goals, FAO, 2026 — link allo studio
  • Global potential for natural regeneration in deforested tropical regions, Nature, Williams et al., 2024 — link allo studio
  • The road to recovery: a synthesis of outcomes from ecosystem restoration in tropical and sub-tropical Asian forests, Philosophical Transactions of the Royal Society B, Banin et al., 2023 — link allo studio
  • Nature Restoration Regulation, Commissione europea, 2030 — link allo studio
  • Trasmesso alla Ue il Piano nazionale di ripristino della natura, ANSA, 2026 — link allo studio
  • Ripristino della natura, l'Italia invia la proposta di Piano alla Commissione Ue, Edilportale, 2026 — link allo studio