Il bracconiere italiano

Quando parliamo di bracconaggio la nostra mente va soprattutto verso i paesi dell’Africa e dell’Asia, dove l’esistenza di animali come elefanti, rinoceronti e gorilla viene messa duramente alla prova da crudeli criminali al soldo del mercato nero. Ma il bracconaggio è di casa anche in Italia: negli ultimi sette anni, dal 2009 fino al 2015, si sono infatti contate mediamente 20 infrazioni al giorno contro la fauna selvatica. Di queste, ne sono state denunciate in media 16,5 al giorno, con quasi 7 sequestri quotidiani.

4 ottobre, giornata dedicata agli animali

Questi drammatici numeri sono il risultato di un rapporto sul bracconaggio in Italia realizzato e pubblicato da Legambiente, in occasione del 4 ottobre, giornata dedicata agli animali nonché al patrono d’Italia, ovvero San Francesco. Di certo il poverello di Assisi, come viene talvolta chiamato il santo dai credenti, non potrebbe essere felice dello stato attuale delle cose nel Bel paese: come sottolinea Stefano Ciafani, direttore generale di Legambiente,

«in quasi la metà delle Regioni italiane si registra un reato al giorno contro la fauna a conferma del giustificato allarme sociale che tale fenomeno suscita e del gravissimo impatto che genera sugli animali selvatici».

I dati del rapporto Ecomafia e Zoomafia

Due sono state le fonti a partire dalle quali Legambiente ha imbastito il proprio rapporto sulle infrazioni contro la fauna selvatica: i dati ricevuti da tutte le Forze di Polizia italiane per la stesura del Rapporto Ecomafia e i dati relativi agli ultimi quattro anni, su base provinciale e regionale, trasmessi dalle Procure all’associazione nazionale Lav, utilizzati per la redazione del Rapporto Zoomafia. Da questa duplice documentazione emerge che nei quattro anni tra il 2012 e il 2015, per quanto riguarda i reati di bracconaggio così come definiti dall’articolo 20 della legge 157/92, sono stati avviati ogni singolo giorno 2,5 procedimenti contro noti. Ogni ventiquattr’ore sono state indagate più di 3 persone ed è stato aperto un procedimento contro ignoti.

Bracconaggio: le regioni peggiori

La maglia nera spetta a Campania, Sicilia, Puglia e Calabria: sono infatti queste le regioni nelle sono stati registrati i più alti numeri di infrazioni contro la fauna. Guardando alle provincie, invece, questo triste podio è occupato da quelle di Napoli, Roma e Bari, seguite da Palermo, Reggio Calabria, Salerno, Foggia e Brescia. Se invece si guarda ai soli reati di bracconaggio, ovvero i reati configurati dalla legge 157/92, le regioni peggiori sono state Lombardia, Campania, Calabria e Sardegna, con Brescia, Cagliari e Reggio Calabria nelle vesti delle provincie con più bracconieri all’attivo.

Introdurre i delitti contro la fauna nel codice penale

Con queste cifre in mano Legambiente si appresta quindi a domandare provvedimenti. Come infatti afferma Ciafani,

«chiediamo al Parlamento di introdurre nel codice penale i delitti contro la fauna, riprendendo il lavoro già fatto con emendamenti e ordini del giorno durante la discussione parlamentare della legge sugli ‘Ecoreati’, strumento indispensabile per consentire alle Forze di Polizia e alle Procure di raggiungere efficaci risultati nel loro quotidiano, difficile e preziosissimo lavoro di contrasto dell’illegalità».

Legambiente preoccupata anche dalla stagione venatoria

Il quadro riassuntivo sul bracconaggio in Italia formulato da Legambiente arriva proprio nel vivo della stagione venatoria, la quale anche quest’anno ha portato con sé vecchie e nuove polemiche. Di certo la caccia non va confusa con il bracconaggio, ma va sottolineato che, sempre a detta di Legambiente, alcune regioni sembrano essere di manica troppo larga con i propri cacciatori. Un esempio piuttosto efficace, in questo senso, arriva direttamente dal Piemonte: per la prima volta dopo 40 anni di stagioni venatorie è possibile abbattere esemplari appartenenti a ben 39 specie diverse. Questo aumento delle specie cacciabili è figlio di un ricorso al Tar da parte delle associazioni dei cacciatori, i quali, così facendo, hanno ottenuto l’inclusione di uccelli in grave pericolo di estinzione nel proprio paniere.

Il caso piemontese

Tutto questo succede in una regione in cui negli ultimi sette anni, dal 2009 al 2015, è stata registrata un’infrazione contro la fauna selvatica ogni giorno. La situazione preoccupa molto Fabio Dovana, presidente di Legambiente Piemonte e Valle d’Aosta: «sono infatti a rischio, per il divertimento degli ormai sparuti cacciatori piemontesi, diverse specie in via d’estinzione che rappresentano un vero e proprio patrimonio di biodiversità per la nostra regione». Dovana non ha quindi dubbi: «occorre quindi arrivare presto all’approvazione di una legge regionale per regolamentare l’attività venatoria e alla redazione del Piano Faunistico Venatorio Regionale. Speriamo che la Regione colga anche l’occasione per destinare maggiori risorse ai controlli, ad oggi insufficienti per far emergere la reale situazione degli illeciti». Come si può osservare anche da qui, lontano dai boschi piemontesi, la faccenda è minacciosa: sommando infatti i capi che vengono uccisi legalmente a quelli che vengono cacciati dai bracconieri, la sensazione che la situazione stia scappando di mano nasce spontanea. Quello che ci vuole, riprende Dovana, è dunque anche un deciso rafforzamento del sistema di controllo, il quale sarebbe utile anche a «prevenire il gran numero di incidenti causati dalla caccia che ogni anno colpisce gli stessi cacciatori e sventurati escursionisti, causando feriti e in alcuni casi anche morti».

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