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Green economy

Riuso e innovazione: l’economia blu contro i cambiamenti climatici

La blue economy si pone come alternativa al modello produttivo industriale, che racchiude alcune tra le attività che più producono CO2

Dalla deforestazione all’acidificazione dei suoli, dall’inquinamento dei mari all’esaurimento delle risorse naturali, sono numerosi i danni ambientali causati dal modello produttivo che l’uomo ha seguito negli ultimi 50 anni. Oggi, grazie ad una maggiore presa di coscienza da parte degli attori internazionali e dei singoli cittadini, si stanno sempre più affermando dei modelli di crescita economica alternativi. Tra questi anche l’economia blu, che si pone come step successivo alla green economy: se quest’ultima ha come principio base quello di ridurre le emissioni di Co2, la blue economy punta invece ad eliminarle totalmente, giocando quindi un ruolo fondamentale nella lotta ai cambiamenti climatici. Ma come vengono tradotti questi principi in realtà? Attraverso l’innovazione e il riuso di materiali di scarto.

Innovazione e riuso come concetti chiave

Innovazione e riuso vanno spesso di pari passo. Negli ultimi anni si sono moltiplicate le esperienze positive di riciclo dei materiali nei più diversi ambiti di applicazione. Bottiglie di plastica che diventano carburante, mozziconi di sigaretta riutilizzati come materiale isolante in edilizia, ai mobili di design realizzati in carta riciclata sono ormai numerose gli esempi di successo in questo settore. Non si parla solo del riciclo di oggetti ma anche di riuso di territorio e di innovazione nelle funzioni di oggetti e luoghi.

Nel caso dei rifiuti urbani, è necessario anche ricordare che prima di parlare di riciclaggio si deve a monte avere una strategia di gestione e smistamento dell’immondizia, supportati, per esempio, anche da sistemi innovativi come la raccolta pneumatica.

L'economia blu applicata alla lotta ai cambiamenti climatici

L’economia blu e il ruolo dell’edilizia

Anche lo sviluppo urbano gioca un ruolo fondamentale nell’abbassamento delle emissioni, in particolare sul piano della gestione degli spazi cittadini inutilizzati e sulla qualità dei nuovi edifici.

Riutilizzare suolo già edificato o edifici già realizzati ma in stato di abbandono, può portare ad una notevole riduzione di emissioni. In parole povere, se non si consuma suolo non si fa fuoriuscire l’anidride carbonica trattenuta nel terreno e non si abbattono alberi che potenzialmente possono trattenere Co2. Tra le alternative al consumo di suolo troviamo il riuso temporaneo, che in Europa sta prendendo sempre più piede: spazi rimasti inutilizzati per anni ora vengono riconsegnati alla comunità, a giovani imprese o ad associazioni. Di recente, anche Milano ha confermato di seguire questa linea con l’iniziativa Scali Milano, che punta a trovare nuove funzioni agli spazi di sette scali ferroviari dismessi.

La sfida non si gioca solo sul piano degli spazi ma anche su quello dei materiali, che determinano l’efficienza energetica di un edificio. Se la struttura è realizzata con materiali scadenti, poco isolanti e con sistemi obsoleti avrà probabilmente dei consumi energetici molto alti. In Italia in particolare, secondi i dati Enea, il settore dell’edilizia produce circa il 25% delle emissioni totali annue di Co2. Investire in nuovi, paradigmi costruttivi vuol dire quindi in questo senso investire in un settore più pulito, in un ottica a lungo termine. Materiali energicamente efficienti ma non solo. La nuova frontiera è anche quella dell’edilizia circolare, che riutilizza per le costruzioni materiali di scarto. Un punto fondamentale se si pensa che in Europa il settore copre annualmente il 32% della produzione di rifiuti, materiali di scarto che spesso non vengono riutilizzato a causa della mancanza di tecnologie adeguate.

Mauritius: l’economia blu applicata alla pesca

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La pesca è tra le attività colpite maggiormente dagli effetti dei cambiamenti climatici. L’inquinamento dei mari causato tra le altre cose anche dalle navi per il trasporto di merci, dal turismo di massa e dallo sversamento di rifiuti da parte delle grandi industrie installate nei pressi delle coste, ha già causato dei danni praticamente irreversibili agli ecosistemi marini. Spesso chi subisce le conseguenze di questo inquinamento sono le popolazioni che vivono nei territori costieri e che la cui unica fonte di reddito proviene dall’attività commerciale della pesca. Tra queste anche gli abitanti delle isole Mauritius, che hanno deciso di invertire la rotta e di diminuire le forme di pesca tradizionali, investendo maggiormente sul modello del acquacoltura sostenibile. I vantaggi? Sul piano economico lo sviluppo dell’acquacoltura può portare all’aumento di posti di lavoro per le comunità locali, ad una diminuzione dell’impatto della pesca sulle specie selvatiche (salvaguardando esemplari a rischio estinzione) e infine può portare ad una maggiore indipendenza economica grazie ad una diminuzione della necessità di importare dall’estero altro pesce. Nonostante i benefici, Greenpeace ha segnalato però in un report anche alcune criticità del sistema dell’acquacoltura, legate all’utilizzo dei mangimi e ad alcuni metodi di prelievo del pesce. Si può dire quindi che sia sicuramente un punto di partenza ma che ci sia ancora molta strada da fare.